Google

This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pan of a project

to make the world's books discoverablc online.

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover.

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the

publisher to a library and finally to you.

Usage guidelines

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to prcvcnt abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automatcd querying. We also ask that you:

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuai, and we request that you use these files for personal, non-commerci al purposes.

+ Refrain from automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpeopleabout this project andhelping them lind additional materials through Google Book Search. Please do not remove it.

+ Keep il legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any speciflc use of any speciflc book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe.

About Google Book Search

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web

at|http : //books . google . com/|

Google

Informazioni su questo libro

Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo.

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è

un libro che non è mai stato protetto dal copyright o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico,

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire.

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te.

Linee guide per l'utilizzo

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. Inoltre ti chiediamo di:

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo cotìcepiloGoogìcRiccrciì Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali.

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto.

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla.

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe.

Informazioni su Google Ricerca Libri

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web nell'intero testo di questo libro dalhttp: //books. google, coral

FASTE SECDXM.

S' I Tur« In pierra n' culjo al dmIìbb , S' in' vlÈnln ibllìr qiii da , Qual' i ceri cb' Macumèt è al nòilar diu Per eh' ai «inala all'arveraa al turlurù : E pur •'! andinen wU a Vienna il'aiin , I vinarèo pur qui a dir : la dlu , la ; Percbè la ri' alter popi ha una ceri tom, Ch' anch del volt ron 1 slgn «Iter sroria.

A calù baogna dunirl un (leatamàot Cb' r Impara d'adruvars per nòaler coni , Perchè tot fir con la Knt Guadagnir di quairìn al paw d' CarònI ; Gran Sgnor , piiMìl pur ben , e tgnivl a imi Per eh' r a n' è caia da mandar a mool ; Ana che •' adèag da n' fbM ca«llgì , La puaarè In abù» In verlli-

Hacumàl cnlntò anpòndr, ea diva b«1 A lor [a mìo a ci' alter, in acalmana Al Mita tu Plulòn: HO c(M''è qneilT Slv fon dvlntì duo icartauìn da lana T Danllli un d' llligir , e a d' fa naiill , Per cb' mi ta cosa inlènd cun l'è alla pfatM E l' Mirumèt Rta ralla ba b(l un fall , L' ari por benemèrìl un caTill.

hiD fora, e per l'è aqaai licura , .eh' ai' mandarào di spiri cb' sann al lati »è A razzir in scuaquàss l'arebflettura Ch'Ira l'un e l'iller popi ('preparò. Macumèt salla sii dlgànd : L' è dur* ^

Da riisgiìf ; quint al mod, _

Ho s'a vii eh' a via diga rmnd s'pi W

La cosa dui rnvàll \'n la&sa andar, j

^uizimbrà^a, un dullór ch'in l'uà C^

e iKanli a *ialir al Mh

4

Al mmlfcJtW to^ !■ ^t\ btl4Ì,

i un otri

I

SAGGIO

SUI

DIALETTI G4LL0-IT4LIG1

^

DI

B. BIOINDELLI

MlLAiNO

PRESSO (;il;S. BKKNAKUOM 1)1 CIO.

1 853

I - *^

B^9

'

I dìaklli riDiàogono ùnica memoria di quella prisca Eiropa , rke n«n rbbt bloria e no* laKiù roooomeoli.

Cattamo.

IVOTA FHBMéMMMlVAHK

La redazione e la stampa delVOpera che diamo alla luce ebbe incominciamento da alcuni anni^ e ne fu pro^ messa molto prima la publicazione. Se non che la som-- ma difficoltà di compiere la collezione dei materiali^ màssime di quelli che spettano a dialetti lontani e sinora meno avvertiti, accresciuta dalle disastrose vicende pò- lìtiche che sospèsero il corso cosi delle investigazioni ^ come della stampa, ritardarono eziandìo l'adempimento della fatta promessa.

Frattanto alcuni Scritti vennero in luce, dei quali notàvasi la lacuna, o si annunziava la prossima publi- cazione nel corso del presente Saggio. Tali sono: il Vo- cabolario dei Diciletti Comensi delVahate Pietro Monti, il Vocabolario Cremonese del professore Angelo Peri , ed il Vocabolario Cremasco del professore lìonifacio Sa- maranij opere tutte frutto di lunga lena e di cosdcn- -riose ricerche, le quali, se non raggiùngono compiuta- mente il nòbile scopo cui sono dirette, racchiùdono ciò

d

nullameno preziosi materiali per lo studioso che indagc per questa via le origini delle popolazioni lombarde^ < et pòrgono arra non dubia dell* attuale cultura e de futuri progressi di tali studii presso di noi.

Mentre quindi sopperiamo con questa breve notìzit alla lacuna dei successivi cenni bibliogràfici^ chiediami venia per la ommissione di alcuni altri scritti vernàcol di minor conto ^ che vennero pub licati nel corso delti presente edizione.

1/ Autore.

INTRODUZIONE.

Pochi anni sono publicavamo nel Politècnico al- cuni canoni fondamentali per lo studio comparativo delle lingue in generale (0, ed alcune Osservazioni suir italiana favella in particolare (^), nelle quali ac- cennavamo air importanza dei dialetti nella ricerca delle orìgini, così delle lingue, come delle nazioni che le parlano. Siccome gli studj da noi a tal uopo instituiti sugli itàlici dialetti, e dei quali porgiamo un brano nel presente Saggio, sono appunto fondati su quei canoni per modo, che si possono considerare come ap- plicazioni speciali dei medesimi, così reputiamo cosa ùtile , se non necessaria , il preméttere riassunto in po- clie pàgine quanto venivamo più diffusamente espo- nendo in quelle due separate Memorie.

(i) Vedi il Politècnico, repertorio mensile di studj applicati alla pro- «perìtà e coltura sociale. Voi. II, pag. 1 61-184. Milano, tesa.

(t) Ivi. Voi. III. pag. 185-141.

TI INTRODUZIONE.

I.

Dappoiché lo studio comparativo delle lingue venne generalmente riconosciuto qual mezzo efficace e sus- sidiario deii^ istoria nella ricerca delle origini e dei rap- porti delle nazioni, i linguisti procedettero nelle loro speculazioni per due vie diverse, mentre alcuni prè- sero a principal fondamento il vocabolario , come rap- presentante la materia , altri invece preferirono la gram- màtica, come rappresentante la forma delle lingue. LMnsufficienza di ciascuno di questi mezzi preso iso- latamente, per la soluzione di qualsiasi problema lin- guistico, venne abbastanza dimostrato dalla dissonanza delle rispettive loro induzioni. Infatti è a tutti palese, come la simiglianza lessicale di due lingue possa di- pèndere, o dalla comunanza d^ origine, sia che derìr vino da un ceppo comune , sia che V una proceda dal- r altra, o dallMnfluenza che un pòpolo esercitò sulF al- tro, sia con diretto dominio, sia per iscambicvole commercio, sia finalmente per mezzo della letteratu- ra , che più sviluppata e più ricca nelF una lingua, lasciò impresse alcune traccie neir altra. Talvolta an- cora il vocabolario d^una lingua rassimiglia in parti ^uali o dis^^ali a quelli di due o tre lingue di fa- miglia e natura discordi, senza che F eguaglianza o la dis^uaglianza delle parti condur possa ad induzioni certe e fondate; come avvenne appunto nella Gran- Brettagna. Troviamo colà una lingua, il cui lèssico in parti diseguali ha manifesta parentela col cèltico, col sàssone e col latino. Se T istoria non ci avesse edotti, che i primi abitanti di quelF isola erano Celti, soggio- gati nel VI sècolo da alcune tribù germàniche , le quali

INTRODUZIONE. VII

alla loro volta soggiacquero neli^ XI alia conquista dei Normanni già lungamente stanziati nelle Gallio fra pò- poli anticamente conquistati dai Romani^ come potrebbe il linguista, col solo soccorso del lèssico, sciògliere il problema di quel miscuglio d^ elementi disparati, e di- stìnguere fra i varj che compóngono la lingua inglese r idioma primitivo di quelle tribù? Ora simili miscella- nee sono appunto avvenute più volte sul nostro globo , senza che la storia ne serbasse reminiscenza. Il mondo è antico; innumerevoli pòpoli lo percórsero più volte in ogni direzione, e poi scomparvero; T avidità di do- minio accozzò insieme più volte le più disparate na- zioni ; più volte si confìiscro i vincitori coi vinti , e T i- storia , troppo gióvane per isquarciare T impenetràbile velo dei sècoli, ci addita troppo vicino il tèrmine, oltre il quale non può spaziare il nostro sguardo!

Senza mendicarne gli csempj neir America, neirA- frica o nell'Arcipèlago indiano , ce ne porge abbastanza la nostra Europa nelle nazioni cèltiche, nelle valacche, nelle albanesi ed in quelle persino che coltivano la pe- nìsola itàlica.

A provare T insuilìcienza del sistema grammaticale abbiamo sottocchio le moderne lingue dette latine^ appunto perchè derivate principalmente dalla lingua del Lazio; ma se poniamo a riscontro le rispettive gram- màtiche, vi scopriamo le più radicali difTerenze. L^uso deir artìcolo a tutte comune ed ignoto alla latina, la mancanza del nèutro, la sostituzione delle preposizioni alle flessioni, la combinazione dei verbi ausiliari coi participj d' altri verbi per la formazione delle voci pas- sive e delle passate attive, che mancano in tutte le de- rivate, ed altrelali varietà, costituiscono la più radi-

vili INTRODUZIONE.

cale dissonanza tra la grammàtica latina e quella delle sue derivate. Arrogo T enorme differenza della sintassi derivata dal vario reggimento delle parti del discorso, differenza molto importante pel linguista, giacché il diverso ordine delle parti nel discorso importa niente meno che una diversa successione d^ idee nella filiazione dei concetti, e quindi vario il principio lògico ed il processo intellettuale. La medésima osservazione po- tremmo estèndere a tutte le moderne lingue d^Europa, le quali sostituirono il processo analìtico al sintètico, distintivo degli antichi idiomi dai quali derivarono; ond^è manifesto, quanto erronea sarebbe un' induzione dedotta dal sémplice confronto grammaticale.

intendiamo con ciò eliminare dallo studio com- parativo delle lingue i due mezzi che ne sono prin- cipal fondamento; ma bensì mostrare la necessità, che questi insieme combinati procèdano di pari passo, e di più concordino con altri clementi atti a contrasegnare la natura delle varie lingue. Infatti , se Y affinità les- sicale di due lingue manifesta probàbile comunanza di rapporti fra le nazioni che le parlano, non vMia dubio che, aggiungendovi F affinità grammaticale, questa pro- babilità diverrà certezza ; onde avremo una forte pre- sunzione per amméttere eziandìo la loro comunanza d'origine; mentre all'oppostola sola simiglianza lessicale tra due lingue essenzialmente discordi nella gramma- ticale struttura , provando la diversa orìgine rispettiva, accuserà nell'una e nell'altra l' influenza di due lingue diverse, delle quali una dev'èssere stata la prima.

Esaminando questo fatto presso le nazioni delle quali ci sono palesi le istòriche vicende , osserviamo general- mente, che quando una nazione fu condutta dalla forza

IKTRODUZIONE. IX

degli avvenimenti ad adottare la lingua d^ un' altra, per una recòndita legge naturale, adattò più o meno il nuovo lèssico alle forme della lingua nativa , il che vuol dire : che una nazione può colla influenza sua sospìngere fino ad un certo punto un' altra a cangiare i nomi matC' riali delle cose; ma non a dare nuova (orina e nuovo ordine al pensiero.

IM questo fondamentale principio abbiamo irrefra- gàbili testimonianze nelle tante nazioni slave germa- nizzate lungo le rive del Bàltico, e persino in tutte le moderne lingue latine, sopra tutto nella francese e nella valacca, le quali serbano le più distinte afGnità gram- maticali colle lingue che le precedettero prima ancora della romana invasione ; e quindi emci^c spontaneo un cànone importante per la linguìstica, che cioè, ogni- qualvolta il lèssico e la grammàtica d'un dialetto i appartengono a due idiomi disparati y la grammà- tica indicherà i rapporti naturali ^ ed il lèssico i for- tùiti ^ della nazione che lo parla , con quelle^ alle quali gli idiomi affini appartengono.

Di qui emerge altresì evidente la causa della molté- plice varietà de" nostri dialetti, la quale consiste ap- punto nelle disparate orìgini delle nazioni che li par- lano. Quante radicali discrepanze non serbano essi dopo tanti sècoli scambievolmente tra loro , e quindi ancora colla lingua scritta ! Di fatti V italiano letterale fu pri- |

mamente uno di questi tanti dialetti, che, a poco a poco prevalendo come intèrprete comune di tutti i pòpoli d^ Italia, dovette partecipare deir ìndole e del vocabo- lario di tutti i rispettivi loro dialetti, e accògliere ele- menti di varia natura. Tanto è vero che, per parlare e vìvere italianamente, dobbiamo imparare questa no-

;

liNTRODUZlONE.

stra lingua con lunghi e laboriosi studj , poco meno che se apprendessimo la latina ola francese; e a malgrado deir affinità sua coi nostri dialetti, e del continuo leg- gere , scrìvere e parlare V italiano , ben pochi giùngono a trattarlo come conviensi, e grandi e frequenti sono le difficolta che incontriamo, ogniqualvolta vogliamo e- sporre con chiarezza e proprietà le nostre idee , poiché veramente dobbiamo tradurre il nostro dialetto in altra lingua , vale a dire , rappresentare sotto diversa forma i nostri pensieri. Perciò appunto, ancora oggidì in Pie- monte, ove Fuso d^struire la gioventù nella lingua francese, anziché nelF italiana , prevale in alcune classi, trovasi di sovente chi agevolmente esprime in lingua francese ciò che non saprebbe fare italianamente, seb- bene parli un itàlico dialetto. E non ha guari, che in

f molte Provincie d^ Italia, ove lo studio della lingua latina

era materia principale e quasi esclusiva delF insegna- mento, restando negletto quello deir italiana, trovàvansi sovente scrittori, che più facilmente e con maggiore proprietà esprimevano in latine forme i loro pensieri, che non italianamente. Senza più, qual v^ha sconcio più mostruoso e ridìcolo , che il sentire un uomo illetterato dei nostri paesi a parlare F italiana favella?

Ora questa medésima osservazione , essendo applicà- bile del pari a presso che tutte le nazioni incivilite, ci I porge un importante corollario, ed é: che assai male

s^ appone colui , il quale , intento a classificare una na- zione, si fonda sulla lingua scritta della medésima; poi- ché, essendo questa per lo più convenzionale, e risul- tando dalla riunione di più dialetti, può diiTerire es-

I senzialmente dalla lingua parlata; o, ciò che vale lo

stesso, per pronunciare suW orìgine e sui rapporti

INTRODUZIONE. XI

dei i?ari pòpoliy è necessario studiare partitamente t loro dialetti^ e non la lingua àulica loro comune.

Gli altri elementi da noi enunciati , che necessaria- mente concórrono colla grammàtica e col vocabolario a determinare V indole peculiare di ciascuna lingua , sono due , cioè : la serie de^ suoni costituenti la pronun- cia d^ogni popolazione, ciò che noi abbiamo altrove designato col nome di sistema sonoro, o fonètico, e la filiazione dei concetti desunta dal modo di esprìmerli proprio d^ ogni nazione , ciò che abbiamo denominato Mtema concettuale o grecamente ideotòmico. A questi due elementi, che sopra tutto costituiscono la fisiologìa e la filosofia delle lingue , ci sembra doversi dare la pre- ferenza nelle linguìstiche ricerche.

Quanto al sistema sonoro: decomponendo le voci d^un dialetto nei loro elementi, è certo che si avrà una serie più o meno lunga di suoni sémplici, dalla cui varia combinazione deriva appunto la sua partico- lare pronuncia. Se, disposte in cgual órdine le serie dei suoni proprj di molti dialetti, le confrontiamo tra loro , osserviamo generalmente , anche in dialetti affini d^una medesima lingua, un maggiore o minor nù- mero di radicali dissonanze , mentre ogni serie possiede qualche suono distintivo mancante nelle altre. Da que- sta radicale dissonanza degli elementi appunto derivano le tante varietà di pronuncia tra le nazioni. Progre- dendo neir osservazione , veggiamo ancora che que-^ sta diversità di pronuncia si mantiene costante nelle nazioni , non solo attraverso una lunga serie di sècoli, ma in onta al più frequente commercio, ed agli sforzi fatti per annientarla. Rasles. che soggiornò dieci anni tra gli Abenàchcri, dolèvasi di non saper pronunciare

XII INTRODUZIOISE.

la meta dei suoni proprj della lor lingua; Gliaumont, dopo cinquantanni di commercio cogli Huroni, non sapeva esprìmere la varietà dei loro accenti ; ma questi sono fatti individuali ; ne abbiamo esempj ben più ge- nerali e convincenti. Qual più avito e più frequente commercio , che quello del cittadino milanese colFabi- tante de' suoi vicini contadi? E pure, non tosto apre questi la bocca sul pùblico mercato, che è noto se traesse i natali sulla collina o sul piano.

Questa tenacità d'ogni sìngola nazione nel conser- vare la rispettiva pronuncia dèvesi attribuire sopra tutto alla costituzione degli òrgani destinati alla formazione ed articolazione dei suoni, i quali òrgani, educati sin dall'infanzia a quelle determinate flessioni, divengono col tempo inetti a funzioni diverse. Ne giovn opporre che, gettando un bambino d'una nazione nel mezzo d^ un' altra di vario stipite, questi, sviluppandosi, as- sume la pronuncia che gli viene insegnata , senza manifestare traccia di quella della nazione propria; poi- ché una simile obiezione , lungi dall' afiievolire il no- stro principio, giova anzi ad avvalorarlo, mostrando la prevalente influenza dell'educazione. Ora i bambini imparano sempre a proferire i primi accenti dalle ma- dri, che sono le più tenaci nel serbare i suoni nazio- nali, e perciò qimnd^aìiche una nazione vengaacan- giare il proprio dialetto^ consers^a sempre qualche di- stintilo della nativa pronuncia.

Questo cànone ci spiega per qual ragione le tante cèltiche tribù, sostituendo la latina alla propria favella, serbarono fino ai nostri i proprj suoni , attraverso tanti sècoli , e in onta alle successive invasioni di tanti pòpoli d'altre stirpi. Perciò i pòpoli ibèrici, rinun-

INTRODU/IUMIi:. Mll

riandò ai loro primitivi dialetti, impressero nelle voci latine quei suoni aspirati e gutturali^ che eredita- rono dai loro maggiori (0; e perciò quando la lìngua germànica venne parlata dalle nazioni vèncde setten- trionali, vi depose la naturale sua asprezza. Dalle quali considerazioni ci sembra dimostrato, che T anàlisi del sistema sonoro delle lingue è utilissima e necessaria guida al linguista, giacché, ^e una nazione potesse as^ sumere la lingua dhui^allra^ senza alterarne la gram- màlica^ il vocabolario^ il solo esame della pronun- cia basterebbe a svelarne r orìgine diversa.

Parlando de^ suoni, non possiamo ommèttere d'ac- cennare air imperfezione de' mezzi usati sinora per rap- presentarli. Tutte le lingue d'Europa, tranne le poche situate nelTorientale suo lembo, vengono scrìtte cogli scarsi e mal determinati segni dell' alfabeto latino , la cui manifesta insuflicienza diede luogo alle più arbitrarie ed assurde combinazioni. Il medesimo segno, e la stessa combinazione di segni rappresentano dieci suoni difle- renti in dieci differenti lingue, mentre all'opposto il medésimo suono è rappresentato da segni diversi in lingue diverse. Ciò nulla di meno qualche suono manca in ciascuna lingua di segno rappresentativo, mentre altri ne hanno più d'uno nella medésima lingua. Di qui ebbe orìgine quelP intricato labirinto di sistemi ortogràfici, nel quale si smarriscono gli scrittori, ogni-

dì) A quelli che allribuiscono T orìgine de' suoni gutturali spagnuoli al lungo dominio degli Arabi in quella penìsola, si potrebbe chièdere: per qual ragione questi suoni gutturali non si trovano nelle provincie compo- wnti il Portogallo, già soggette agli Arabi per varj secoli, e tròvansi in- vece più frequenti e più forti fra le bal/n dei Pirimei oocidi'nf ali , ovo gli Arabi non penetrarono mai?

XIV INTRODUZIONK.

qualvolta vogliano scrivere il proprio dialetto; di q nasce la noja e il disgusto che provano i fanciulli d^og nazione, (piando incominciano a leggere; di qui fins mente derivano le difficoltà, che disviano persino f adulti dallo studio delle lingue straniere, costringe) doli a logorare il cervello tra le più strane e ripugnàn leggi ortogràfiche, per imparare a lèggere. Ora lui questi inconvenienti essendo più o meno comuni tutte le scritture conosciute, ne seirue necessari! mente che, per detenni iiant con precisione la ser de' suoni proprj di ciascun dialetto^ è d^ uopo rn^ coglierli dalla bocca del pòpolo slesso che lo parla e non dal modo di scrìvere u^mto dal medésimo pi rappresentarli. DalFenumerazione degli esposti incoi venienti, e d^ altri molti che si potrebbero aggiùngerv appare altresi dimostrato quanto vantaggio ritrar potrebbe dalla formazione d^un alfabeto europeo atl a rappresentare la serie de^ suoni proprj di tutte le m zìoni d^Europa, e che a tutte fosse comune. Non v^h dubio che questo mezzo, mentre agevolerebbe olln modo lo studio delle lingue straniere, predisporrcbb la gioventù alle varie pronuncie, e ravvicinerebbe ti loro le più disparate nazioni.

Il secondo elemento da noi proposto come guid nello studio comparativo delle lingue, si e il sistem concettuale^ vale a dire la concatenazione delle idee Fòrdine col quale si succedono in ogni lingua; sistem che, sotto altro aspetto e con diverso intento, fu d celebri filòsofi sviluppato. Bacone fu il primo che, ai bracciando d^un solo sguardo la congerie tutta dell cognizioni umane, tentasse sviluppare V importanz mentale del linguaggio. Onesto tentativo appena trai

IMTR0DUZ10?(K. XV

ciato cbl filòsofo inglese, fu coltivato da Locke^ il quale riconoscendo nel linguaggio un potente mezzo analitico, lo riguardò come collaboratore del pensiero; da quel- Tistante la scienza del linguaggio entrò nella giurisdi- zione della fìlosoiia. In sèguito questo principio fu svolto da Condillac. da Rousseau, da Sùssmilch . da Herder ed altri , i quali con differenti sistemi considera- rono sempre il linguaggio in generale, e cercarono nel suo artificio il processo della mente nella formazione delie idee, o nelK orìgine e nell'ordine delle idee Tori- giue e la formazione dell' arte del dire. Goulianoff . Sclil^el ed il barone Guglielmo di Humboldt spìnsero ad alto grado questo principio , dirigendo i loro studj ad illustrare la grammiitica generale^ e determinare lo studio fondamenUde delle lingue. In quella \cvaì. assu- mendo il medésimo princìpio tal quale venne da quei sonimi sviluppato, noi ne |)roponiaino T applicazione alla linguistica, risguardàudolo qual mezzo principale pel confronto dei singoli idiomi.

Di fatti: .se decomponiamo una proposizione negli elementi che la rappresentano in una lingua . abbiamo una serie d^idee disposte con órdine determinato; ri- petendo la stessa operazione nella medesima proposi- zione espressa in altre lingue, abbiamo altretante serie d'idee disposte in altretanti órdini più o meno sva- riati; ed instituendo un confronto, si tra la natura delle forme adoperate in ciascuna lingua a rappresentare un medésimo concetto, come tra le varie leggi che in cia- scuna determinano il rispettivo posto, scopriremo la oiaggiore o minore dissonanza delle forme lògiche in l'olii idiomi. Procedendo con cJUest' esame nel con- ato di parecchie lingue di natura diversa, troviamo

XVI

INTRODUZIONE.

gencralilìeiite afTalto diverso il processo mentale u forma rappresentativa d^ogni concetto complesso: che appunto costituisce principalmente la diversa tura delle lingue medésime: ma la stessa osservazi si ripete assai sovente eziandio negli idiomi costiti! una medésima famiglia e. quel che è più, nei dia d'una stessa lingua ! Esaminando questo fatto nelle gue, delle quali ci è nota fìno ad un tèrmine abbasta rimoto ristoria, abbiamo assai di frequente riconosci che le nazioni, le quali si ridussero a nìutare la proj lingua, trasportarono nel nuovo dialetto le forme or tali proprie della primitiva favella. Ne pòrgono eli e convincenti esempj i dialetti lombardi e pedemont le cui forme, dissonando dalle latine, concordano pe pili con quelle dei cèltici dialetti, sui quali il latino cabolario fu innestato. Parecchi esempj ne pòi^or 'moltéplici dialetti inglesi, nei quali prevalgono p menti le forme del cèltico, e più chiare prove ci som nìstrano i pòpoli finnici e slavi germanizzati, i qu sebbene parlino e scrìvano in lingua tedesca, ciò i ladimeno tèndono a scrìvere una lingua piana, la costruzione palesa nello scrivente F orìgine diversa La forza prepotente delF abitùdine potrebbe per ventura èssere bastévole spiegazione <li questo fa giacché egli è ben agévole immaginare quanto dif C():^a esser debba alla massa inculta duna nazion rappresentare i proprj concetti con idee e forme verse da quelle alle quali è assuefatta sin dalla pu zia; ed è ben più naturale che^ serbando queste foi nella nuova lingua impóstale, le tramandi alla pcj rita. insegnandole nel commercio domèstico alla p crescente: ma una ragione del pari sufficiente ci !?

INTRODUZIONE. XVII

lira poter desùmere dalla varia tendenza delle facoltà intellettuali deir uomo. Egli è certo, che la potenza del concetto, del confronto e delF induzione non e eguale, ne molto meno temprata sopra una medésima forma in Uitte le nazioni ; ma ciascuna , a norma dclF intensità e del grado delle sue attitùdini, vedendo e considerando sotto aspetti differenti gli oggetti, ne concepisce in varia guisa e per diverse vie resistenza ed i rapporti; ed il Un- guaggio , il quale ,' come collaboratore del pensiero , ne riflette rimàgine sensìbile, deve quindi essere modellato sulh medésima forma. Ora il complesso delle facoltà ioicUetluali delF uomo é strettamente collegato agli òr- gani materiali componenti il suo cervello, i quali, ma- nifestandosi per lo più anche nel complesso delle forme esterne del cranio, costituiscono ciò che i fisiòlogi chia- mano tipo, o impronto distintivo di ciascuna nazione. Perciò al bel cranio ovale della stirpe caucasea va unito il più dovizioso corredo di facoltà intellettuali, ntentrc la tardità mentale del pòvero Negro si annuncia dal cranio deforme e compresso. Dopo ciò, se , come at- testano le costanti osservazioni dei fisiòlogi, questo im- pronto segnato dalla divina Providcnza in ogni na- ^nesi mantiene invariato a traverso F avvicendarsi dei secoli, e in onta al cangiamento del suolo e del clima, <^e potrà variare ad un tratto V attitùdine mentale , «^c il vero produttore e regolatore del materiale?

^'è con ciò vogliam dire, che i dialetti parlati siano

^l^oonarj, come una lingua morta deposta nei còdici

*lle biblioteche ; è ormai dimostrato , che le vicende

^lla vita imprimono una mobilità continua nei dia-

\ *•« viventi ; essi cangiano inosservati ogni giorno; no-

. ^^ voci succedono ad altre che passano in oblivione:

XVllt INTRODUZIONE.

nuove frasi vanno sostituendosi a quelle che rappre- sentano idee o costumi che più non sono, per modo elle , nel vòlgere delle generazioni , eziandìo senza cause violente, od in virtù del mero órdine naturale delle cose, tutti i dialetti subiscono inevitàbili trasfomia- zioni; ma queste restrìngonsi per lo più alle parole, alle frasi ed a certi modi , senza estèndersi alle forme, le quali non si pèrdono interamente mai; e quindi stabi- liremo, che ogni qualvolta, decomponendo varie pro~ potizioni idèntiche in due o più lìngue diverge , vi riscontriamo eguati elementi insieme collegati da una medésima legge, la communanza d'orìgine tra ledue tiazioni che le parlano è assai probàbile.

Quanto abbiamo sin qui esposto ci sembra sufGcientc a provare la necessità d'aggregare l'anàlisi sonora e concettuale alla grammaticale ed alla lessicale nel con- fronto delle lingue, onde sollevare anche questo studio al grado di scienza positiva. Prima però di chiùdere questi cenni normali osserveremo per ùltimo, come appaja dai medèsiijii manifesta la fabità degli ing^nosi sistemi di Herder., Condillac, Nodier e dei moderni linguisti teutònici, i quali, considerando Ìl linguaggio coi^e lòpera delle generazioni , gii attribuirono una con- tiniia lògica psogressivìtà , come se dall'informe em- nrioiie; d' una finigua semplice , formata di sole inter- jeziofii, Tuomo avesse, potuto passare a poco a poco a qu^'artifizioso oiiificiu !^ranimBticale,,col quale rap- presentò più tardi tdjnininic gradazicAli e modifìca- ^el pensiero. Swbcne sia. questa ilfa questione. I al nostco dosamento ,-jsiò nul^tantc, por- Ài ovvia te MufV^"^ "^g" Sposti rf^ssi, osiamo s che rfinoompffensìbile duM dell^fovella venne

IKTRUDUZIOKE. XIK

fallo all'alunno dalla divina Previdenza, quando gli in- fuse un'anima pensante, e gli diede un apparato d'or- gani atti alla rappresentazione sensibile del pensiero; qualunque fosse però il linguaggio delle prime genera- zioni, esso fu òpera dell'uomo, il quale, obcdiente alle leggi della crtuizione, sviluppò questo suo naturale istin- to per sodisfare agli incessanti bisogni ed enarrare la gloria del Creatore^ e questo sviluppo, entro certi limiti di necessitai, dev'èssere stato istantaneo, come quello della farfalla, che, uscita appena dalla crisalide, libra» sull'ali, e spiega ardita il volo per le fiorite campagne.

II.

Passando ora dall'astratto a) concreto, ed applicando (jucsti princìpi g^i^^rali alla patria nostra favella , sarà manifesto, quanto male s'apponessero coloro cbc pro< uuociàrono sull'orìgine della medésima prima di stllh iliamc partitamente i dialetti, e paghi delle più ovvie sue ùmiglianze grammaticali e lessicali colla latina, Ut dissero dmvata da questa, senza «unarsi di rìntrao- €Ìare se elementi di natura diversa all'ossero per av- ventura più o meno contribuito ulla Èus formazione. Raccogliendo le antiche tradizìonii so^rgiunio, che.iL»* tini èrano la minima purlc dt'llc taivtiè genti,- .che ai tempi di Romolo coltivavano^ da ispira penisela; e qoestc avcanp senza iiubiu Ki^uag^i proprj o meno distìnti ^ quello del Laziuf^|La -tUduessivu pQt«nza di Roma dtffi^ a poco a puci^hucst ^diurna s^iutta Il penisola ^ còlle l^i u col t^lto;, ^llrusci, Susci, Vmbrì, £quÌ[4 VoIsoftSabini, Màrsi, Piceni, S|miiti, li^ri, VÉnu,Eugg|eì, Cuniii,'(Ìullt,j>ì|:uli. \fninci,

XX

INTRODUZIONE.

Osci, Ausoni, Campani, Lucani, Bniziì ed altri, buoi parte de^ quali parlavano lingue disparate, venne fusi coi sècoli in una sola nazione, che si chian Romana y e scrisse un solo idioma comune, il Latin Ma le lingue, come abbiamo veduto, non si dettai ai pòpoli come le leggi; Punita romana poteva ben condurre tanti milioni denomini ad assùmere il latii come lingua scritta; non già costrìngerli a parlar domesticamente. Il miscuglio di tante nazioni^nc| esèrciti, il pùblico insegnamento e T influenza del religione e del governo rèsero infatti generali le vo latine, sebbene con molte eccezioni; ma ogni provine parlò latino a suo modo, cioè vestì di latine voci proprio dialetto, poiché non era in suo potere dimeni carne interamente le forme, molto meno la nati^ pronuncia.

Di qui appunto ebbe orìgine quella varietà di dii letti che distìnguono tuttora le varie provincic datali e che, sebbene riguardati generalmente come varie d^una sola lingua, racchiùdono a vicenda elementi più distinti e disparati. E siccome questi elementi i alcuni dialetti derivano ad evidenza dalle antiche lii gue che precedettero la latina, così egli è certo, che lingua parlata da ogni sìngola popolazione dovette è sere diversa in ogni tempo dalla lingua scritta. Ques differenza fu notata anche in Roma dagli stessi Roman i quali appellarono latina la lingua scritta , e romat rùstica o plebea quella che parlàvasi nelle campagi e nei (trivii. Onde pare più verisimile, che la pu lingua latina fosse patrimonio esclusivo degli scrittoi e, tutt^al più, venisse parlata dalle classi più islrutt come appunto avviene oggidì di parecchie moderi lingue d'Europa.

INTRODUZIONE. r- XXI

Rissati i bei tempi della repùblica e dell^ impero^ e

soUentrato il governo arbitrario, scomparve la cultura,

e la distinzione delle stirpi s^ affievolì. Roma , già in

braccio di mercenarj stranieri, non ebbe più oratori

e/oquenti, o forbiti scrittori; gl'imperatori non furono

più tratti dalle famiglie patrizie; ma T esèrcito li elesse

neir esèrcito; e l'arbitrio militare, come indeboli la

potenza dello Stato, distrusse ancora in gran parte la

primitiva civiltà, onde la latina non fu più se non la

lingua degli scrittori.

Air anarchìa militare succèssero quei sècoli di fero- cia , che , distruggendo le relìquie della passata cul- tura, rèsero sempre più rari quelli che sapevano scrì- vere il latino corretto; per modo che, verso il mille, tutte le Provincie si trovarono col solo linguaggio plebeo corrotto in parte dalle invasioni; ed appena alcuni notaj ed alcuni mònaci studiavano grettamente il latino, qual depositario delle municipali e delle religiose istituzioni. Allora fu che, per provedere ai bis(^i della vita sociévole, ogni provincia ebbe a &r uso del proprio dialetto, il quale, col nome generale di lingua romanza^ venne poscia disciplinato nelle tenzoni e nelle serventesi dei Trovatori ; ed appunto da questa favella romanza, anziché direttamente dalla latina, derivarono le moderne lingue delF Europa me- ridionale. Qui però fa mestieri preméttere che cosa intendiamo per lingua romanza. Fra i molti che ne scrissero, varii la considerarono come una lingua sola, osala indistintamente nelF Europa latina, dai tempi di Carlo Magno sino al tèrmine delle Crociate; noi, diver- samente, intendiamo la favella parlata nelle provincìe itmane prima e dopo la caduta dolF impero, che nei

XXII

»TR0DUZI0NE.

sècoli dMgnoranza successe, come lingua scrìtta,

latina. Ma questa lingua, come avvertimmo, era ]

lata in più dialetti, non solo in Italia dai discenda

degli Etrusci, dei Vèneti, dei Galli, dei Liguri e

tant^ altre stirpi disparate; ma eziandìo nella penu

ibèrica dai nipoti dei Lusitani, dei Turdctani, dei C

tabri, dei Bàstuli; in Francia dalle numerose tribù j

liche e càmbriche, e più tardi dai Franchi, dai (

e dai Burgundi; e tutte queste varietà di dialetti, {

sando dalFuna alF altra generazione, comparvero

stinte nella lingua scritta delle varie provincie, ce

scòrgesi di l^geri se si confrontano le poesie dei 1

vatori provenzali con quelle dei Trovieri della Frar

settentrionale, o Fidioma dei Giullari catalani con qu

dei poeti italiani di queir età. Perciò abbiamo ripui

necessario, nella nostra classificazione delle lingue d^]

ropa, raccògliere tanti dialetti in varii gruppi, dis

guèndoli coi nomi di rotnanzo itàlico y gàllico y is

nicOy rètico e caiacco. Forse perchè sentiva la nei

sita di questa distinzione, lo Speroni, parlando

primi saggi degli scrittori d'Italia, chiamò la lor linj

romanzo itàlico; e Brunetto Latini, dicendo nel

sorOy che preferiva la lingua franzesca all'Italia

non poteva allùdere se non ai dialetti romanzi dei (

paesi, dappoiché le due lingue italiana e francese i

èrano ancora ben determinate. Egli è vero bensì e

essendosi prima d^ ogni, altro sviluppati i dialetti

citanici, sotto gli auspic| delle corti di Barcellona <

TàI^, molti poeti it^iani e francesi li preferin

nett loro componimentk ma questo non toglie, ci

dialetti delle altre protmcie fossero diversi. Nella S

gna, sin dai^ tempi ddlf Grocialìe. veggiamo distint

■;

>• 7\ :

1^ j

Il < I

'1 . *•

>

INTRODUZIONE. XXII

romanzo castigliano dal catalano; ne possiamo cprn^ prèndere, come tanti scrittori abbiano potuto risguar- dare come una stessa lingua quella dei tanti scritti di quell^età!

Di più: le lingue parlate, per loro natura, non sono mai stazionarie; ma fedeli interpreti dello spìrito delle generazioni, ne seguono tutte le vicende; e perciò anche i dialetti romanzi, in quel tempo di transizione, nella bocca di pòpoli risurti a nuova vita^ e puliti da scrit* tori inesperti, la cui sola norma era il naturai senso e più sovente V arbitrio , dovettero subire una lunga serie di modificazioni. Ogni anno del medio eco^ come osservò anche il Lanzi, era un passo verso un nuwo linguaggio y e perciò non vi fu lingua stàbile in tutta TEuropa latina fin dopo il milletrecento, quando cominciarono a determinarsi gli idiomi moderni.

Distingueremo per ùltimo la vera lingua romanza dalla favella arbitraria di certi antichi monumenti, che si suole talvolta confóndere dagli scrittori sotto lo stesso nome. E noto che, mentre zelanti scrittori s^ adopera- vano a dar forma stabile alla lingua vulgare, altri, seb- bene ignari d^ogni elemento, vollero scrìvere latino, ed apponendo latine desinenze a voci triviali, ed inserendo fra le romanze qualche latina locuzione, impastarono una lingua bastarda, che non fu mai scritta, -par- lata. Si distìnsero in questo sumero i notaj ed i chiè- rici dei bassi tempi, i quali, .fiella generale ignoranza, si diedero sovente maestri di)4atinita , e ci tramanda- reno gran copia di documentijpiconfusi a torto da alcìmi coi pretti romanzi. G)sì a torìb fu proposto dagli ieri t- Ukrì a saggio di lingua romaim il giuramento di Lo- dovico il Germànico f nel qiwle si; ravvesa ió)pena il

; . >!

'• '3

XXIV

INTRODUZIONE.

linguaggio d^ un Tèutono, che tenta invano stacca; dairìntiina costruzione e dalle forme della lingua natii

Ad accrescere la corruzione dei dialetti romanzi co tribuirono altresì le migrazioni dei pòpoli settentrions parte dei quali fondarono regni nella nostra penisol e dopo varii secoli di dominio si sommèrsero fra j indìgeni. Goti, Vàndali, Longobardi e Normanni ins rìrono quindi alcune straniere voci nei nostri dialeti e li resero alquanto forse più discordi; e le polìtici vicende , che più tardi frastagliarono la penìsola in pi cioli Stati, perpetuarono le dissonanze.

Tale era la condizione d^ Italia verso il XIII sòcol senza unità nazionale, senza lingua e quasi senza non I primi in tutta TEuropa latina, che si adoperassero coltivare ed illustrare il proprio dialetto, furono i Pr venzali. La celebrità che raggiunse quella lingua sol gli auspicj della corte di Tolosa chiamò a molti II liani, che poscia ne trasportarono in pàtria i nume e le grazie. Tra le varie provincie d^ Italia prima i diede il segnale la Sicilia, ove Federico II e Manfre premiarono e stipendiarono alla corte loro Trovate nazionali, che cantarono nel proprio linguaggio ad in tazionedei Provenzali. Carlo d^Àngiò re di Napoli seg r esempio dei re di Sicilia, e dappoiché Farte di f versi amorosi veniva premiata da tutti i prìncipi, quc tutte le città d^ Italia ebbero ben presto i loro Trovato] Genova ebbe Folchetto, Calvi e Doria ; Venezia, Gior| Pàdova, Brandino; Faenza, i Pùcciola; Pisa, Lue Drusi; Mantova, il Sordello; Bologna, Ghislieri e F brizio; Torino, Nicoletto; Capua, Pietro dalle Vign e sopra tutte si distìnsero le città toscane, ove fiorìroi Guido, Lapo, Cìn da Pistoja, Cavalcanti. Brunetto L

INTRODUZIONE. XXY

lini ed altri molti. Sebbene però questi scrittori vul- gan dessero la prima spinta a stabilire la nuova lingua, egli è certo* che. procedendo di quel passo, V Italia sa- rebbe divenuta ben presto una nuova Babele; impe- rocché, mentre gli uni pohvano il \^ilgar fiorentino, altri scrivevano il siciliano, altri il napolitano ed altri preferivano il provenzale. La gelosìa delle piccole re- piibliche imponeva a ciascuna di far uso del proprio dialetto; v^era città, che col peso del suo primato dettar potesse una lingua sola a tutta la nazione.

A liberar T Italia da questa confusione di lingue era d'uopo, che un potente ingegno, spoglio di pregiudizj municipali e rivolto alla patria grande, ne mettesse a contribuzione tutti i dialetti ed, estraendone la parte nòbile, fondasse una lingua nazionale, cui perciò a buon diritto si addicesse il nome d* itàlica. Si grave assunto adempì Dante Alighieri, verso il principio del sècolo XIV; e concepito Fallo disegno, lo espose nel trattato del Vulvare Eloquio e nel Corinvio, ponendolo ad ef- fetto nella Divina Comedia. Tale appunto fu T origine del nostro idioma, che in sulla prima aurora eclissò le snervate lèttere provenzali. Quando rj4lighieri scrisse il poema con parole illustri tolte a tutti i dialetti d'Italia^ e quando nel libro del f^uUjare Eloquio con- dannò coloro che scrivèi^ano un sol dialetto , allora diremo ch^ei fondasse la favella italiana^ ed inse- gnasse ai futuri la certa legge d^ ordinarla ^ conser- varla ed accrescerla. Cosi avvertiva il Perticari, e cosi fii; perocché tutta Italia, invaghita dagli aurei scritti deir èsule fiorentino, abbandonò l'orgoglio municipale, segui r esempio del gran maestro, ed ebbe una sola lingua scritta, la lingua sancita da lui. E perciò nello

XXVI

INTRODUZIONE.

studio dei dialetti italiani, meglio che in qualsu altra fonte, dobbiamo attìngere le orìgini del nost idioma, e cercar la ragione, cosi delle sue leggi, coi delle moltéplici sue i^ariazioni.

III.

Ciò premesso, ci resta a vedere quali studj venisse instituiti sinora sui nostri dialetti, e quali materiali apprestassero per determinarne V ìndole e le proprie Raccogliendo quanto fu publicato sinora su questo i gomento, scorgiamo bensì, che parecchi tra i prin pali dialetti italiani posseggono più o meno vasta l teratura; ma questa generalmente consta di poe satìriche o dramàtìche, intese a solennizzare mui cipali avvenimenti, o a reprìmere le ridìcole tenden dei tempi. Quasi tutti i municipj italiani hanno pi i loro vocabolarj vernacoli; ma, oltreché il lèssico d^ dialetto, come abbiamo avvertito, costituisce uno s( degli elementi che lo compongono, questi vocaboli furono compilati a (ine d^nsc^nare T italiana fave alle classi meno eulte dei rispettivi municipj, anzic per raccògliere e mettere in evidenza le radici disti tive e proprie di tante lingue diverse; inoltre furo per lo più ristretti nelF angusto recinto delle città dei loro sobborghi, restandone per tal modo esck il prezioso patrimonio della campagna e dei mon depositarii tenaci d^ogni avito retaggio.

Meno ancora si è fatto, onde rivelare le propria grammaticali dqlPuna o delPaltra favella, e il rispetti sistema sonoro, tanto importante nelle linguìstiche squisizioni. Appena qualche saggio grammaticale ven

IllTRODUZIONE. XXVII

leobto sinora di pochi dialetti, nel quale invano si oercberébbero le molte leggi del principio orgànico e della sintassi rispettiva; nessun piano ortogràfico venne determinato sìnora, comune almeno agli scrit- torì cFuno stesso municipio; sicché torna pressoché im- possibile allo studioso formare sui libri una bastévole idea dei suoni distintivi delPuno o delFaltro dialetto. La mancanza appunto di tali studj preliminari rese impossìbile presso di noi uno studio comparativo dei nostri dialetti, e diede orìgine alle assurde ed arbitrarie classificazioni proposte da varii scrittori. Per tacere di Adelung, di Malte-Brun e di quanti stranieri s^accìn- sere a quest'ardua impresa, basterà accennare la strana nomenclatura proposta da Adriano Balbi nella compi- lazione dell Jtlante etnogràfico del globo. Ivi , poste in un fascio le favelle genovesi e piemontesi , che sono radicalmente dissonanti, mentre i pòpoli che le pàrlana hanno solo e da pochi anni comune il governo, Fautore annovera tra i dialetti della Francia meridionale quello dei Valdesi, ch^é pretto piemontese; divide dal Berga- masco il Bresciano che ne è un suddialetto, ed unisce in due gruppi distinti il Bresciano coi dialetti essenzial- mente discordi di Mantova, Ferrara, Parma e Mode- na , ed il Bergamasco col Bolognese , che rappresen- tano due gruppi per ogni riguardo diversi. Per tal modo , rotto ogni vincolo che insieme collega i dialetti emiliani, negletto T altro più importante, che rivela la non dubia fratellanza d^ orìgine di tante genti cisal- pine, distinguendole dalle vènete, dalle toscane e dalle altre famiglie della penìsola , la classificazione del si- ^or Balbi ridùcesi ad una confusa nomenclatura, nella qnale, non che i principj della linguìstica , sono travolti

XXVIII

INTRODUZIONE.

i pili owii elementi dell^ etnografia; giacche se, r nendo i nomi dei dialetti italiani in un^ urna, si estra sero a sorte per formarne più gruppi, non si ott rèbbero per certo più incongrue combinazioni! (0

Volendo or noi ovviare simili sconci, abbiamo 8

visato, in tanta inopia di studj preliminari doversi a

prestare prima di tutto i materiali necessarj alF erezio

deir edificio; ed a tal fine, raccolto quanto preesistei

abbiamo intrapreso un particolare esame dei multifon

dialetti itàlici, visitando i luoghi ove si parlano, e mt

tendo a contribuzione la scienza degli studiosi d^og

paese. Di questo lavoro appunto , da noi esteso a tul

le famiglie italiane , porgiamo un brano nel pi

sente volume, inteso a stabilire la classificazione r

gionata dei dialetti gallo-itàlici ^ designati con ques

nome, perchè parlati in quella regione d^ Italia, ci

prima della romana potenza era abitata dai Galli.

procèdere impertanto con órdine in argomento gr

ve, dopo avere tracciato i naturali confini entro i qui

tutti questi idiomi si parlano, li abbiamo decompos

nei loro più sémplici elementi, esponendo mano man

le loro proprietà distintive, sia sonore, sia gran

maticali, e raccogliendo in brevi pàgine un estratl

comparativo dei loro vocabolarj, col dùplice scopo <

(i) Ci siamo fatti solléciti di notare questi errori normali, ai quali p tremmo aggiùngerne una ragguardevole serie, poiché, il compilatore queir opera essendosi querelato più volte nei pùblicl fogli, che altri sii fatto bello del suo lavoro, abbiamo creduto necessario prevenirne i Icttoi onde, attingendo in avvenire a questa fonte, sappiano a che attener V. Jlloi Eihnographique du Globe j avec environ sept centi vocabulaircs d prindpaux idiomes connusj eie, par Adrlen Balbi, Paris 18S6. Tab. Xi PfÉ, Questi settecento Vocabolarli dei principali idiomi sono racchiusi i cinque sole tàvole, nelle quali sono tradotti io nomi e i primi dieci ni meri cardinali in alcune lingue ed In molti dialetti e suddialetti !

12iiTR0DUZ10?{E. XXIX

rivelame le orìgioi ed i rapporti; e per provedere quanto meglio per noi si poteva alia chiarezza del- i'esposizione , abbiamo corredato le molteplici nostre osservazioni di Saggi, in prosa, che in verso, por- gendo cosi allo studioso copia di materiali , onde prò* cèdere nelle ricerche, ed arricchire di novelle induzioni la scienza, che sola potrà rivelarci un giorno chi noi siamo, e quali furono i nostri maggiori.

Per ciò che risguarda il sistema sonoro, la necessità di rappresentare scritturalmente in tanti e svariati didetti una lunga serie di suoni, in parte diversi dagli italiani, e V insufficienza del troppo esìguo alfabeto la- lino, ci costrìnsero a far uso di alcuni segni conven- zionali, per quei suoni speciali, pei quali T alfabeto e r ortografia italiana mancano affatto di segno rappre- sentativo. Invano avremmo tentato valerci delle mo- struose combinazioni di lèttere usate a capriccio da quanti sinora imprèsero a rappresentare i dialetti in iscritto, le quali, alterando il valore primitivo dei se- gni, e nascondendo le radici dei vocàboli, rèsero più difficile la lettura, senza provedere al bisogno. Onde accoppiare la semplicità alla chiarezza, anziché inven- tare nuovi segni, o imaginare a capriccio nuove com- binazioni, abbiamo preferito far uso dei segni adottati generalmente dal maggior nùmero delle nazioni eu- ropee per le lingue dotale d^una copiosa serie di suoni, quali sono le germàniche e le slave; giacché egli è ormai tempo che si debba riconóscere da c^i nazione r utilità e la necessità d'un comune sistema ortogrà- fico, il quale possa venire inteso dal maggior nù- inero possìbile di nazioni. La patria comune assegna- la dalla natura è T Europa, e più pretto varrà a ì-aAU:^

XXX INTRODUZIONE.

game le numerose popolazioni con vìncoli indissolùbili di fratellèvole commercio un sistema ortogràfico ge- nerale, che non la più fitta rete di strade ferrate.

Fondati su questo principio, valendoci sempre delPita- liana ortografia , quando bastò air uopo , abbiamo preso dagli alfabeti delle lingue germaniche, scandinàviche e slave i segni a, òy Uy per rappresentare i suoni corrispon- denti, dei quali manca la lingua italiana; cioè, il segno ày per esprìmere il suono aperto ae dei Latini , ai ovvero è dei Francesi, che partecipa d^ ambedue queste vocali, e non può essere definito, ma solo designato colla voce; o equivale al segno 6 dei Tedeschi , ai segni eu y oeu dei Francesi, rappresentandone lo stesso suono; ed u equivale parimenti alla u dei Francesi. In tal modo, oltre il vantaggio d^una espressione più sémplice, più precisa e più generalmente intesa, abbiamo eziandìo quello di serbare intatte le radicali , e di rendere quindi più agévole lo studio delle derivazioni, giacché più presto ravviseremo sotto le forme coTy fogy moriy le radici latine coVy focus y morioTy che non sotto le al- tre coei^r^ foeughy moeuriy le quali, sebbene usate dai Francesi e dai nostri scrittori vernàcoli, non ripugnano meno al buon senso. Per le graduazioni delle aUre vocali , die variano oltremodo in ciascun dialetto , ci siamo ristretti a distìnguere le aperte dalle chiuse per mezzo degli accenti grave, acuto e circonflesso.

Abbiamo impiegato il segno A a rappresentare V aspi- razione, seguendo in ciò pure F esempio di molte na- zioni europee; e volendo conservare in tutta la sua in- tegrità Tortografia italiana, lo abbiamo impiegato ezian* dìo a rèndere duri i suoni delle e, g colle vocali Cy t. A rappresentare poi i suoni mancanti nelP italiana favella,

UCTRODUZIOKE. XXXI

e pei quali in consegueMa P alfabeto laUno non porge venin segno , abbiamo tolto a prèstito dalle moderne ortografie slave testé promulgate dai celebri Gaj e dafa- riÌL, i segni z, è, ^^ iy dei quali il primo esprime il suono sibilante je^ o dei Francesi ; le Cy § valgono a rappresentare il suono dolce di queste medesime lèttere, ogni qualvolta T ortografia italiana non vi prò vede, quando cioè tròvansi in fine di parola, come in lèè, faCy dicy oppure in /é^^ t?ta^^ coré^; e quando la e, sdtbene preceduta dalla 8^ deve pronunciarsi staccata, come nelle parole sciòp^ sciùma^ scèt^ nelle quali al- trimenti confonderèbbesi col suono italiano sce^ sci, tanto svariatamente espresso dalle altre nazioni d^ Eu- ropa. Ogniqualvolta peraltro F italiana ortografia bastò da sola a precisare i suoni dolci delle e, g, ci siamo astenuti dal far uso dei nuovi segni, scrivendo cen^èl, eiàeer, giavin, mangia, e simili. Il segno i vale ad espri- mere il suono italiano se, ogniqualvolta si trova in fine di parola , od è seguito da consonante, come nelle voci 9trai, pajàs, hlat, siala; e l'abbiamo ommesso quando bastarono le due se insieme combinate, come nelle parole sciar, scìfries, cascia^ e simili. Per tal modo ab- biamo fiducia d^ aver ridutto alla più sémplice e precisa espressione la scrittura dei dialetti, non che d'averne agevolata la lettura agli indìgeni, del pari che agli stra- nieri; e quindi facciamo voti, afiinchè gli scrittori ver- nàcoli italiani, persuasi della rettitùdine e delF utilità dei nostri principj, ne seguano d'ora inanzi l'esempio, 0 ne propóngano un migliore , onde porre àrgine una volta alla crescente Babele ortogràfica.

Neirenumerazionc delle proprietà distintive di tante e svariate favelle , anziché dilungarci . compilando un

XXXIl INTRODUZIONE.

esteso trattato grammaticale , e porgendo soverchi mo- delli di declinazioni e di conjugazioni, ciò che avrebbe dato luogo a stèrili e soverchie ripetizioni, abbiamo preferito restringerci a méttere in evidenza i punti prinr cipali in cui i dialetti gallo-italici, e si allontanano dalla norma fondamentale della lingua scritta, e divèr- gono tra di loro, onde porre così in mano allo stu- dioso il vero bàndolo, che solo può èssergli guida a svòlgere F intricata matassa delle origini rispettive. E perciò ci siamo trattenuti precipuamente nelP avvertire le principali permutazioni ed inversioni, cosi delle lèt- tere nella formazione delle parole, come delle parole nella costruzione delle frasi, contenti d^ accennare ap- pena alle flessioni dei principali dialetti, ed alle leggi che i medésimi hanno comuni coir itàlico idioma.

Volendo poi darne un Saggio comparativo a com- plemento, ed in prova di quanto siamo venuti mano mano esponendo intorno air organismo speciale di cia- scun dialetto , abbiamo prescelto la versione della Par ràbula del figliuòl pròdigo^ fatta a bella posta sulla latina da studiosi dei luoghi rispettivi , dei quali ab- biamo notato i nomi a suo luogo, onde convalidarne Fautenticità ed attestare a ciascuno la sincera nostra riconoscenza. Ad escusare questa scelta, gioverà av- vertire, che questo brano evangèlico, dappoichè^venne preferito dal benemèrito Stalder, che lo fece voltare in tutti i dialetti elvètici (0; dal Ministero deirio- terno del cessato impero francese, che lo volle tra- dotto in tutti i francesi ; dalF Academia Cèltica e dai più illustri moderni filòlogi d^ogni nazione, che ne

(i) stalder. Die landebsprachen dcr Schiveix» oder schweizerhche Dia' Ickioiogie, Jorau, icio.

INTRODUZIONE. XXXIII

imifàrono l'esempio, è divenuto la pietra del paragone

pel linguista, più agévole a rinvenirsi dovunque, e ad

ogni modo più atto al confronto, che non la breve e

simbòlica Orazione Dominicale prescelta dai filòlogi del

secolo trascorso.

Procedendo nella disàmina delle radici, onde i nostri dialetti compòngonsi, sebbene la massa principale ap- palesi manifesta orìgine latina, ciò nullostante ne ab- biamo trovato eziandio un nùmero ragguardévole di forma ai&tto diversa, e di estranea derivazione. Valgano d'esempio le quaranta voci diverse (e sono assai più), eolle quali dai soli dialetti gallo-itàlici viene espresso il nome di figlio. Tali sono: bèder^ canaja, cèt^ creatày effànty enfàn^ ères, fanc, fanciòt, fty fi^gl, fioy fioly fiòl, fiily figliòla màcany marajay mar ài ^ marh, masàcher, niasCy maty matèly matèt, malògUy matu^ miilèty pòl^ pitèly ràisy ràissa^ rèdes^ rès, scèt^ sciàt, sciàt^ tós, tus. Così il nome padre viene espresso colle voci : atta^ bapy bobày pày pàder^ padri, pàire, papà, pare, pari, pariti y pupày tày tata^ ed altre molte, delle quali, sebbene il maggior nùmero tragga manifesta T orìgine dalle radici latine creatura^ hcereSy infans^ filius, maSy pater y ciò nullostante alcune hanno tutf altra deriva- zione ('). Ora, considerando il ragguardévole nùmero di queste voci dalla lingua del Lazio discordi, ed espri- menti idee od oggetti comuni a tutti i tempi, appare assai verisimile, che traessero F origine dalle antiche lingue nella stessa regione parlate prima delP invasione romana; giacché egli è ormai dimostrato, che le Ungue oon distrùggono, se non disi

(i) yè^f^gjìsì tutte queste voci nei Saggi di V<

**' òpera.

XXXIV INTRODUZIONE.

le parlano. Prima che dai Romani, la storia ci ad- dita il nostro paese occupato dai Celti, che, divisi in Genòmani, Insubri, Senoni, Boj ed altre tribù, ri- partirono a vicenda il dominio delle nostre pianure. Essi avevano lingue e dialetti Idr proprj diversi dal- r idioma romano , dei quali per avventura alcune re- liquie sopravìvono in appartate regioni delI^Armòrica e delle ìsole britanniche, e dei quali, per conseguen- za, dovca radicarsi almen qualche traccia sul nostro suolo. Ma i Galli erano pure stranieri in Italia, già abitata da nazioni indìgene e straniere, prima che Beloveso vi trapiantasse le bellicose sue caterve. Essi infatti ebbero a luttare cogli Etruschi , cogli Umbri e coi Liguri, che, rivarcando TApennino, abbandona- rono ai Druidi le fiorenti loro campagne. Prima degli Etruschi r Italia ebbe più antichi abitatori, che gli stò- rici distìnsero col nome di Aborìgeni, forse per dino- tare che avevano lingua e costumi lor proprj. Appunto di queste antichissime popolazioni nessun altro monu- mento ci rimane, se non per avventura i pochi rùderi sparsi nei nazionali dialetti, giacche (^ quanto più si ri- sale la corrente del tempOy ogni nazionalità si risolve ne' suoi nativi elementi; e rimosso tutto ciò che vi è di uniforme y cioè di straniero e fattizio ^ i fiochi dialetti si ravvivano in lingue assolute e indipenden^ ti, quali furono nelle native condizioni del gènere umano (Ow.

Ciò premesso, è manifesto che, depurando i nostri vocabolarii vernacoli dalle radici latine, non che dalle più recenti attinte a lingue moderne, ed eleggendo tra

(i) Introduzione dmX dottor Carlo Cattaneo alle Notizie Naturati e Civili stUla Lombardia, Milano, 1844, Voi. I, pag. WII.

l!«TRODUZIONE. XXXT

le rimanenti qjoeììe voci che rappresentano o^^^etti, o idee comuni a tutti i tempi , e quindi alle prische del pari che alle moderne generazioni, verrebbero raccolti e sceverati i rùderi più o meno corrotti degli antichi idiomi, sui quali institucndo giudiziosi confronti colle lingue conosciute, si potrà forse giùngere talvolta alla scoperta delle orìgini delle moderne favelle, o ricom- porre in parte taluna delle antiche, ciò che invano si tenterebbe per altra via. Su questo principio abbiamo compilato un pìccolo Vocabolario dei dialetti gallo-ità- lici, dividendoli nei tre rami principali lombardo^ pe- demontano ed emiliano, riunendovi solo alcune mi- gliaja di voci di strana forma e di oscura radice, alle quali per conseguenza con maggiore probabilità attribuire si possa antichissima orìgine e derivazione; avvertendo nel tempo stesso che questo Saggio , da noi con molta fatica raccolto, potrèbbesi notevolmente am- pliare, ripetendo accurate indàgini nelle campagne, e sopra tutto nei monti. Per condurre a buon fine un lavoro di tal fatta e di tanta importanza, lungi dal bastare F òpera d^un solo, è necessaria la prestazione di molti, che prima di tutto raccòlgano i materiali, compilando con sana crìtica e speciale diligenza i vo- cabolari! d'igni paese, onde potere poscia instiluire un ragionato confronto sulla loro parte estrattiva. Per- ciò . redigendo il nostro Sa^o comparativo, prima di tutto abbiamo estratto quanto ci par^e più acconcio al nostro scopo dai Vocabobrii già puiilicati . vaie a dire: pei dialetti lombardi, dal )lilanese-ltaliano di Vfn%u%> soo Cherubini . dal Latino-Bergamasco difl (Mtks\$^n%i\ e dai Bresciano-Italiani del canònico Paol^i iM^j^tài e

\XXV1 INTRODUZIONE.

di Pietro Mclchiorri (0; per gli emiliani, dal Bolognese* Italiano di Claudio Ermanno Ferrari, dal Romagnolo- Italiano di Antonio Morri, dal Reggiano-Italiano, dal Ferrarese-Italiano dell^ abate Francesco Nannini , dal Mantovano di Francesco Cherubini , dal Parmigiano di Ilario Peschieri, dai Piacentino-Italiani del canònico Francesco NicoUi e di Lorenzo Foresti , e dal Saggio di Vocabolario Pavese-Italiano d^ anònimi compilatori (*); pei dialetti pedemontani, dai Vocabolarii Piemontese- Italiani di Pipino e di Ponza , dal Piemontese-Francese di Luigi Capello , e dal Dizionario Piemontese-Italiano- Latino-Francese delF abate Zalli ('). Essendo fatti con- sapèvoli che i benemèriti professor Angelo Peri ed abate Pietro Monti stavano frattanto compilando i Vocabo-

(1) Vocabolario Milanese-Italiano, di Francesco Cherubini. Milano, I. IL Stamperia , 1840-44. Voi. 4 in-4.^ f^ocabolarium brevcj in quo contine^- tur ffocabula, qua in frequentiori usu i?ersantur, cum italica ^oce, Gaspa- fini Bergomensis magistri. Mediolani, 1868. Vocabolario Bresciano e Toscano, premessa la lezione Paolo Gagliardi, intorno alle orìgini ed alcuni modi di dire della lingua bresciana. Brescia, pel Pianta, 1789. Vocabolario Bresciano-Italiano, di Pietro Melchiorri. Brescia, pel Franzo- ni, 1817. Con un'Appendice publicata nell'anno taso.

(s) Vocabolario Bolognese-Italiano, colle voci francesi corrispondenti, compilato da Claudio Ermanno Ferrari. Seconda edizione in-4.® Bologna , tipografia della Volpe, 1858. Vocabolario Romagnolo-Italiano, di Antonio Morri. Faenza, per Pietro Conti, 1840. Vocabolario Reggiano-Italiano. Reggio, tip. Torreggiani e C.® loss. Vocabolario portàtile Ferrarese- Italiano, deir abate Francesco Nannini. Ferrara, i808, per gli eredi di Giuseppe Rinaldi. Vocabolario Mantovano-Italiano, di F. Cherubini. Mi- lano, per G. B. Bianchi e C, 18S7. Dizionario Parmigiano-Italiano, di Ilario Peschieri. Parma, dalla stamperia Blanchon, 1888. Voi. s in-8." Catalogo di voci moderne piacentino-italiane, del canònico Francesco Ni- coUi. Piacenza, pel Tedeschi , i sss. Vocabolario Piacentino-Italiano, di Lorenzo Foresti. Piacenza, pei Fratelli del M^no, isso. Dizionario do- mestico Pavese-Italiano. Pavia, tipografia Bizzonl, 1829.

(5) Vocabolario Piemontese, del medico Maurizio Pipino. Torino, nella R. Stamperia, 1785. Disionari Piemontèis, Italìan, Lalin e Frauscis,

INTRODUZIONE. XXXVll

larii dei dialetti Cremonesi e Comaschi , abbiamo otte- nuto dalla loro gentilezza un estratto dei loro mano- scritti, che speriamo vedere quanto prima alla luce per intero. Per gli altri dialetti, e specialmente per quelli della campagna e dei monti , abbiamo raccolto sui luo- ghi stessi quanto era possibile in ripetute peregrina- zioni, ed abbiamo sollecitata la prestazione di alcuni studiosi, tra i quali professiamo sincera riconoscenza al conte Sanseverino per un florilegio di voci crema- sche, al signor arciprete Paolo Lombardini di Calcio per alcune voci cremonesi e bei^amasche ed al prof. Cesare Vignati per alquante lodìgiane.

Sebbene principal nostro divisamento fosse il raccò- gliere in questo Saggio le sole voci che , per la forma e significazion loro, si possono riguardare come rùderi degli antichi linguaggi italici, vi abbiamo tuttavìa no- tate alquante voci di manifesta origine e forma latina, escluse però dair italiana favella, onde si vegga quanto sono tenaci i dialetti nel serbare a lungo le antiche ra- dici; e vi abbiamo pure indicate alcune voci attinte alle lingue straniere moderne , perchè si conosca quanto poca influenza ebbero queste sui nostri dialetti, in onta alle lunghe e Successive dominazioni straniere nel no- stro paese. Abbiamo poi avuto cura dMndicare a qual dialetto ed a qual luogo speciale ciascuna voce esclu- sivamente appartiene , onde rendere proficui questi ma- teriali alle osservazioni dello studioso. Infatti, il picciol

compost dal prèive Casimiro ZaIII d^Cher. Carmagnola, isitt, da la stam- parla dTeder Barbié. VoL 8 in-8.* Dictionnaire portatif PiémonicLii- Francai», suivi d'un f^ocalnUaire Francai» des terme* usités doni Ui art» H mèUer$, etc., par Louit Capello, comic de Sanfranco, Twin, de Vimpri- ìterie de Vincent Bianco, 1814. Voi. s in-s.® Vocabolario Piemontese- Kaliano, di Michele Ponza. Torino, isso, dalla stamperìa reale.

XXXVIII INTRODUZIONE.

nùmero delle voci comuni a tutti, o alla maggior parte dei nostri dialetti, a confronto di quelle che radical- mente differiscono da luogo a luogo, manifesterà di leggieri un^ antica pluralità di lingue, o almen di dia- letti , nelle rispettive provincie. ÀlPincontro la più fre- quente comunanza di radici strane ed antiquate, che scòrgesi in alcuni dialetti, come nel bresciano, valtel- linese e veronese , rivelerà un antichissimo nesso d^orì- gine tra i primitivi coloni di quelle regioni , nesso che dovette precèdere le invasioni dei Vèneti e dei Cèlti, e le cui tracce non furono da queste, dalle posteriori, interamente distrutte. Ecco le principali considerazioni che c^ indussero a porre talvolta a canto alla voce lom- barda , emiliana , o pedemontana la corrispondente vè- neta, tedesca, francese, spagnuola, romanza, latina, greca o cèltica, onde cioè più agevolmente e con più ragione dedurne si possa a prima vista , o V antico nesso d^ origine, o la moderna introduzione, in forza deir immediato commercio coi pòpoli vicini. Tra que- ste voci di straniere lingue abbiamo sempre preferito quelle che più si accostano alle nostre vulgari, cosi nella forma , come nel significato ; e, diffidando di noi medé- simi, abbiamo consultato le migliori e più autèntiche fonti, che abbiamo potuto procurarci, quali furono: pei dialetti armòrici, i Dizionari di Le Pellelier e di Le Gonidec; pei càmbrici, quello di Price; pei Gaèlici, il gran Dizionario compilato per cura della Società del- l'alta Scozia; per le voci greche, i Vocabolarii di Schre- velio e di Ricmer ; per le lingue romanze , quelli di Roquefort , Ray nouard e Conrad! ; e per le lingue mo- derne, i Vocabolari! compilati dalle varie Academie. abbiamo inteso con ciò spaziare di pie franco

IVTRODUZIO.NE. XXXIX

nell^ arduo e periglioso campo deiretimolo^ ^ tanto fimtfaioso ove sia perlustrato da retto criterio e da mente spoglia di pre^-enzioni , quanto screditato da quelli che vi si pro^-àrono sinora. Pur troppo gli eti- mòlogi che ci precedettero, colla semplice scorta dei clàssici idiomi, e tutto al più di qualche celtico dia- letto, quasi ignorando l'esistenza d'altre anticlùssime lingue . stiracchiarono , mutilarono ed alterarono in mille guise le voci e il loro valore, o crearono nuove lingue a loro talento, onde ridurre ad elemento ellè- nico, cèltico o latino le più disparate favelle! Gonscii della somma importanza delle etimol^che investiga- zioni e della necessità di lunghi e severi studj prelimi- nari, fondati sulla piena cognizione di molti idiomi antichi e moderni, per condurle a buon fine, ci siamo ristretti a raccògliere parte dei materiali da sottoporsi ad esame, accennando qua e le corrispondenti ra- dici straniere, solo quando ci si offerse spontanea la consonanza delle forme. Dichiariamo peraltro franca- mente, èssere stato nostro divisamento il proporle co- me dubii, e non come stabiliti giudizìi ; ed appunto per questo abbiamo apposto sovente un segno d^ interro- gazione. La sola intenzion nostra, in tutto F ordinamento di questo Saggio, si fu quella di rivelare quanto co- piosi afppàiano i rùderi d^ antiche lingue, onde i nostri dialetti compòngonsi ; di raccòglierne <piel maggior nù- mero che ci fu possìbile, nelF attuale inopia di mezzi, ordinandoli ad un medesimo scopo , e porgendoli sotto il loro più semplice e naturale aspetto*, e di tracciare la vera strada , per la quale giunger potremo un giorno alla piena cognizione dei medésimi, alla scoperta dei loro mutui rapporti colle antiche e moderne lingue, e per ùllimo a quella delle origini dei pòpoli che li piirlano.

XL INTRODUZIONE.

Onde supplire alle molte imperfezioni dei precedenti capi, ed accennare al grado di cultura da ciascun dia,- letto raggiunto nel vòlgere dei sècoli , e nelF avvicen- darsi degli avvenimenti polìtici e morali , abbiamo poi tentato delineare un quadro istèrico della letteratura vernàcola, accennando alF orìgine delia medesima ed alle successive sue fasi sino ai nostri. L^ assoluta mancanza d^ anteriori studj su questo argomento, e r importanza del medesimo, ci danno a sperare che sarà per riuscire gradito ai nostri lettori questo primo ten- tativo, per redìgere il quale ci fu d^uopo raccògliere e studiare la màssima parte delle produzioni èdite ed inèdite in tanti e svariati dialetti, produzioni, i cui esemplari sono in parte assai difficili a rinvenirsi; ed abbiamo corredato le nostre osservazioni d^una colle- zione di Saggi, incominciando dal più antico monu- mento che ci venne fatto conóscere d^ogni dialetto, e scendendo di mezzo sècolo in mezzo sècolo sino ai nostri. Per tal modo il lettore, mentre vedrà raccolti in un solo manìpolo i Saggi di tutte queste favelle di- verse, onde instituime un facile confronto, potrà an- cora scòrgere nelle successive produzioni d^ogni favella le fasi e le alterazioni da questa subite nel vòlgere dei sècoli.

À completare questa successiva serie di Saggi in cia- scun dialetto non abbiamo risparmiato le più accurate indàgini nei luoghi rispettivi, calde e ripetute sol- licitazioni ai molti nostri corrispondenti e collabora- tori ; ma in onta ai moltéplici sforzi , non potemmo riuscirvi , se non per alcuni dialetti principali, per quelli cioè che hanno più antica e più copiosa serie di com- ponimenti ; mentre ve n^ ha parecchi , la cui letteratura

INTRODUZIONE. XLl

ebbe solo da pochi anni incominciamento; altri invece, e non pochi, sono albtto privi di produzioni èdite ed inèdite, in prosa, che in verso. Perciò, ogniqualvolta ci fu concessa libera la scelta, abbiamo preferito fra i migliori coitiponimenti quelli di men lunga lena', che ci parvero più acconci a prestare idea precisa, così della lìngua, come del gusto e dello spìrito dei tempi; eyfum- mo abbastanza avventurati, per poter arricchire questa raccolta di alquante produzioni inèdite, non solo in dialetti meno conosciuti, quali sono il lodigiano, il co- masco , il cremonese , il mantovano , il bresciano , il ravennate cogli altri romagnoli , il modanese , V ales- sandrino, Taquense, il saluzzese ed altri molti, nei quali pochissimo o nulla fu publicato a stampa; ma altresì di produzioni inèdite di autori distinti , e di non comune pregio poètico , antiche e moderne, da noi dis- sotterrate dagli archivii, o procurateci dalla gentilezza di varii corrispondenti, dei quali abbiamo con solleci- tudine e riconoscenza ricordati i nomi a suo luogo. Ove peraltro mancavano le inèdite, abbiamo riempito t vani , riproducendo , fra le èdite , quelle che ci par- vero meno diffuse colle stampe; ove mancarono com- ponimenti pregévoli, abbiamo supplito con altri di mi- nor conto, onde valessero almeno a saggio di lingua e a documento delle istòriche nostre osservazioni; ed abbiamo lasciato le lacune, ove ci costrinse P assoluta privazione di Saggi èditi ed inèditi, buoni o cattivi.

Per ùltimo, a più chiara prova di quanto siamo ve- nuti nel ragionamento istòrico esponendo , ed a pòrgere sott^ occhio allo studioso tutte le fonti, alle quali potrà attìngere i materiali necessarii a conseguire piena co- gnizione di tutti questi dialetti, abbiamo soggiunto,

XLII INTRODUZION£.

quasi Appendice, una lista bibliogràfica dei medésimi. In essa, il ragguardevole nùmero di produzioni edite nei dialetti milanese, bergamasco, bolognese e tori- nese attesterà, come questi fossero meglio d^ogni altro e da più lunga stagione coltivati ; mentre lo scarso nù- mero, o l'assoluta mancanza di produzioni in altri, pro- veranno il minor grado della rispettiva loro cultura. Similmente il vario gènere dei componimenti nei varii tempi, e il maggiore o minor nùmero delle rispettive loro edizioni, indicheranno T orìgine, il progresso, la maggiore o minor popolarità e il vario spìrito d'ogni letteratura speciale, e mostreranno in qual conto fos- sero quei componimenti tenuti presso le varie popo- lazioni.

Sebbene abbiamo adoperati tutti i mezzi in nostro potere, onde arricchire questa raccolta del maggior nù- mero possìbile di notizie, ciò nuUadimeno siamo ben lungi dal credere d'esserci accostati al suo compimen- to. Chi divisasse di produrre perfezionato un lavoro di sìmil fatta , può rinunciare da bel principio al suo pro- pòsito , mentre ogni giorno scappano fuori notizie nuo- ve, ed ogni giorno si discoprono nuovi materiali e nuovi autori. Non esistendo simili lavori pei nostri dialetti, se si eccettuino alcuni Saggi premessi ai Vocabolarii vernàcoli, ed a collezioni di poesìe, abbiamo scelto a punto di partenza questi Saggi medésimi, ai quali ab- biamo aggiunto quanto ci venne fatto scoprire nei ca- tàloghi delle pùbliche e private biblioteche, mettendo ancora a contribuzione la scienza di molti studiosi, delle cose patrie appassionati cultori. Quindi, pei dia- letti lombardi buona messe di notizie ci porse la co- piosa collezione di òpere vernàcole serbataci nelPAm-

nsTRODUZIONE. XLIIl

brosiana, e la ragguardévol lista di scritti milanesi pre- messa alla Collezione delle migliori òpere iscritte in dialetto milanese^ in dódici pìccoli volumi. Per gli emi* liani, ci fu di non lieve giovamento la lista d^ òpere bo- lognesi premessa da Claudio Ermanno Ferrari al Vo- cabolario di cpiel dialetto; i catàloghi delle biblioteclie di Bologna, Modena e Parma, e le indicazioni sparse in molti libri vernàcoli, sopra tutto nella Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano^ compilata da Bartolomeo Gamba , ove furono registrate molte òpere, che, oltre il veneziano dialetto, altri ne racchiùdono italiani e stranieri. Tanto per gli emiliani, quanto pei lombardi , ricca messe di notizie bibliogràfiche ci porse ancora il signor Carlo Salvi , il quale spese lunga serie d^anni a far raccolta delle cose agli itàlici dialetti spet- tanti. La bibliografia piemontese poi è tutta òpera del dotto nostro amico Giovenale Vegezzi-Ruscalla, al quale siamo ancora debitori di presso che tutte le versioni della Paràbola nei dialetti pedemontani ed in parecchi altri d^ Italia , della màssima parte dei Saggi di quella letteratura, e d^una copiosa raccolta di materiali, che ci furono di sommo giovamento nella redazione del presente lavoro.

L^ amore della brevità non ci permise di estènderci lungamente sulle notizie risguardanli tante òpere ver^ nàcole, le loro edizioni o i loro autori; ciò nullostante non abbiamo intralasciato di citare le edizioni princi- pali, di svelare parecchi anònimi e pseudònimi, e di unirvi quelle notizie che ci parvero di maggior rilievo al nostro scopo.

Da tutto il sin qui esposto è chiaro^ che abbiamo divisa quest' òpera in tre parli, nelle quali abbiamo

XLIV INTRODUZIONE.

svolto separatamente le cose riguardanti i dialetti lom- bardi y emiliani e pedemontani (0 ; e che ciascuna parte fu da noi suddivisa in sei Capi, nel primo dei quali abbiamo annoverate le proprietà distintive sonore e grammaticali di ciascun gruppo ; nel secondo abbiamo in órdine disposte le versioni della Paràbola delfigliuol pròdigo j nei principali dialetti ad ogni gruppo appar- tenenti ; nel terzo abbiamo racchiuso un Saggio di Vo- cabolario ; nel quarto un Sunto istèrico della rispettiva letteratura; nel quinto una Collezione di Saggi èditi ed inèditi d^ogni letteratura vernàcola speciale; nel sesto finalmente un Saggio di bibliografia vernàcola. Per tal modo nutriamo fondata speranza d^ aver raccolta in questo libro una copia dMmportanti materiali, maggiore di quanto si è fatto sinora , e di aver quindi aperta ed agevolata la via allo studio dei patrii dialetti, scopo fondamentale delle penose e lunghe nostre investiga- zioni. Se quest^ arduo tentativo , che proponiamo come Saggio , conscii delle moltéplici sue imperfezioni, verrà coronato dal pùblico favore, ci proponiamo di conti- nuare senza interruzione la publicazione d^ altri simili lavori delineati sullo stesso piano e col medésimo scopo, eziandio per tutte le altre famiglie degli itàlici dialetti, pei quali abbiamo già apprestata doviziosa raccolta di nuovi e pregévoli materiali.

(l) La prima di queste tre parti fu scritta^ seblienc in più angusto oriz- zonte , ed a foggia di sémplice notizia , per le Notizie naturali e civili su la Lombardia^ nelle quali tuttavìa verrà sommariamente Inserita.

PROSPETTO GENERALE

DEI

DIALETTI GALLO-ITALICI

I dialetti che ora si parlano nell'alta Italia divldonsi propria- mente in quattro famiglie distinte per radicali varietà di suoni , d'inflessioni^ di costruzione e di radici, e sono: la famiglia /t- gurcj o genovesCy la gallo-itàlica^ la vèneta e la càrnica o friulana.

La prima è ristretta nell'angusto lembo racchiuso tra la costa marlltima, che dalla foce della iMagra si estende sino a xMentone, e l'Apennino ligure ; la càrnica occupa solo l' estremo àngolo orien- tale alpino, ove confina coi dialetti slavi e tedeschi della Camiola e del Tirolo ; quasi tutta la parte orientale è quindi occupata dalla Tèneta famiglia, che dalle rive dell' Adriatico, comprese tra la foce del Timavo e quella del Po , si estende fino al lago Benaco ed al Mincio, e dalla catena delle Alpi sino al Po. Per modo che, ol- tre a due terzi dell' alta Italia racchiusa tra l' Alpi e l' Apennino sono occupati dalla vasta famiglia gallo-itàlica. Più partitamente parlando, i nativali confini di questa sono: a settentrione, la catena delle alpi rètiche, lepònliche e cozie, che la divìdono dai dialetti romanzi , tedeschi e francesi della Svizzera ; ad occidente le alpi graje e marittime , che la separano dai dialetti occitànici della Sa- vojaedella Francia meridionale ; a mezzogiorno, la catena degli ^pennini liguri e toscani sin oltre la Marecchia , i «lualì la dividono

XLVI PROSPETTO CEXEUALE

dai dialetti genovesi e toscani; ad oriente, le rive dell' Adriatico, da Cattòlica sino alle foci del Po, e quindi, risalito il fiume sin presso alla foce del IVIincio, il corso di questo fiume, il lago Be- naco, i monti che divìdono le valli della Sarca e del Mincio, e finalmente T eccelsa catena camonia, che la separa dalle valli del- l'Adige. E qui gioverà avvertire , come a questa naturale divisione dei dialetti itàlici settentrionali corrispondano per avventura le prische sedi dei pòpoli liguri, cèltici, vèneti e càmici, e quanto più verishnile appaja qiundi la derivazione di quelli dalle antiche lingue di questi primi invasori !

Restringendoci ora a favellare della sola famiglia gallo-itàlica, e fondandoci sulle proprietà distintive degli innumerevoli dialetti che la compóngono, ci si offre spontànea la prima sua divisione in tre rami, che dalla regione rispettivamente occupata abbiamo distinto coi nomi lombardo ^ emiliano e pedemontano. Sebbene pa- recchi fra i diaktti componenti il primo ramo non appartengano politicamente alla Lombardia propriamente detta, ed all'opposto alcuni di quelli che vi si parlano spettino al secondo, ciò nullo- stante l'abbiamo denominato lombardo ^ e perchè infatti il mag- gior numero dei dialetti che lo compóngono, tra i quali i prin- cipali, sono parlati in Lombardia, e perche in tempi non molto da noi lontani la divisione polìtica meglio corrispondeva alla lin- guìstica, che non al presente. I suoi cx)nfini sono: a settentriono le Alpi rètiche e lepòntiche, dalla catena camonia sino al monte Rosa; ad occidente, il corso del Sesia, che da questo monte sca- turisce, sino alla sua foce nel Po; a mezzogiorno, il corso di questo fiume dalla foce del Sesia fino a quella dell' Ollio, tranne un pìccolo seno, il quale abbraccia la città di Pavia e i vicini distretti sino alla foce del Lambro e al tèrmine del Naviglio Bereguardo; ad occidente, una linea trasversale dalla foce del- l'Ollio a Rivalta sul Mincio, indi il corso di questo fiume da Ri- valta a Peschiera, il lago Benaco, i monti che divìdono le valli della Sarca e del Mincio e la catena camonia. È quindi manifesto, che il ramo lombardo comprende i dialetti parlati nel regno Lom- bardo, tranne il pavese e il mantovano; i dialetti della Svizzera italiana, ossia Cantone Ticinese; e i dialetti del regno sardo com- presi tra il Sesia^ il Po ed il Ticino.

DEI DIALOTl CALLO-ITALICI. XLVII

Similmente abbiamo denominato emiliano il secondo ramo, sebbene i dialetti ad esso spettanti òcciipino una regione più eslesa dell'antica Emilia. Questa comprendeva bensì il paese rac* ebinso tra il Po e l'Apennino da Borea ad Anstro, e da Levante a Ponente il lungo tratto che stèndesi da Rimini a Piacenza, o meglio dalla moderna Cattòlica alla Trebbia; ma il Po, due sè- coli prima dell'era volgare, aveva un corso ben diverso dall' o- dìemo, mentre, attraversando la grande palude Padusa, che in- cominciava nel territorio mantovano meridionale e nel basso mo- danese, e intersecando la pianura del bolognese, del ferrarese e del romagnolo propriamente detto, metteva foce nel mare a Ra- venna. Esso percorreva quindi l'alveo ora denominato Primaro e percorso dal Reno, piegando ad Austro per raggiùngere Ravenna, dalla quale ora dista per ben dieci miglia; e la sua foce era qua- ranta miglia distante, verso mezzogiorno, dall'attuale bocca di Maestra. Da ciò è manifesto, che l'antica Emilia comprendeva le Inazioni di Forlì e di Ravenna, la romagnola ferrarese sulla de- stra riva del Primaro, il territorio bolognese, tranne il distretto di Poggio Renàtico, allora sulla riva sinistra del Po, il Modanese, il Reggiano, il .Mantovano cispadano, il Guastallesc, il Parmigiano ed il Piacentino sino alla Trebbia; per modo che n'era esclusa ia legazione ferrarese, adesso ima delle più ricche e più estese, ed allora vasta palude seminata di pìccole isole, o polésìni. In quella vece i naturali confini del secondo ramo, da noi detto emi- liano, sono: a settentrione, il corso del Po da Valenza sino alla saa foce nell'Adriatico, abbracciando ancora oltre il fiume i dia- letti pavese e mantovano ; ad occidente e a mezzogiorno, una li- nea trasversale, che da Valenza sul Po raggiunge serpeggiando l'A- pennino presso Bobbio, indi la cresta degli Apennini fino alla sorgente della Marecchia , d' onde si prolunga fino a Cattòlica ; ad oriente, le rive dell'Adriatico, da Cattolica sino alle foci del Po. Esso adunque comprende i dialetti parlati nei ducati di Parma e di Modena, eccetto 1 transapennini , i bolognesi, i ro- magnoli, il mantovano, il pavese e i pochi ristretti fra il Po e le bidè dell 'A pennino, nell'estremo lembo orientale del regno sardo. Finalmente il ramo pedemontano è conterminato, a settentrione, dai monti che divìdono i superiori tronchi della Val -Sesia e della

XLVIII mOSPETTO GE.NERALB

Valle d'Aosta dalle sottoposle valli del Cervo, dell' Orco e della Stura; ad occidente, dalle Alpi graje e marittime; a mezzogiorno dalle stesse Alpi marittime e dall' Apennino ligure; ad oriente, da una linea trasversale serpeggiante , che congiunge Bobbio colla foce del Sesia, e quindi dall'intero corso di questo fiume.

Giova però avvertire, che queste linee, come quelle che ver- remo in appresso e con maggior precisione tracciando, segnano bensì la zona, lungo la quale un gruppo, o un singolo dialetto si va mutando nell'altro; ma non sempre, anzi quasi mai, un confine di ràpido e deciso passaggio, poiché in generale i dialetti, mano mano che si scostano dal centro del loro dominio, smarri- scono a poco a poco le loro proprietà distintive, e vanno assimi- landosi alle estreme emanazioni dei dialetti confinanti.

L'esposta divisione, come avvertimmo, è fondala sulle pro- prietà distintive delle famiglie medésime e delle singole loro membra; sebbene dai Saggi che siamo per pòrgere dei tre rami gallo-itàlici, e da quelli che ci proponiamo publicarc in séguito delle altre famiglie italiane, appariranno abbastanza manifeste le radicali dissonanze, per le quali ima famiglia naturalmente distin- guesi dalle altre, e dividesi in più rami, ciò nulladimeno, prima di procèdere nei particolari, stimiamo opportuno proporre alcuni esempi atti a chiarire la via da noi seguita nel corso di questi studj.

La màssima parte dei dialetti gallo-itàlici ha comuni i suoni u ed ò affatto ignoti alle altre famìglie itàliche, la sola genovese eccettuata, la quale d'altronde ne è chiaramente distinta per una serie di proprietà diverse; in quella vece alcuni suoni sono co- muni alla màssima parte dei dialetti d'un ramo ed ignoti agli altri due ; cosi il lombardo distinguesi dall' emiliano e dal pede- montano pel suono z, che questi non hanno; d'emiliano distin- guesi pel suono a, mancante nel pedemontano e nel lombardo.

Similmente é proprietà distintiva e comune a tutti i dialetti gallo-itàlici il troncare generalmente le desinenze delle voci, ciò che avviene di rado nelle altre famiglie, tranne la sola friulana, d'altronde chiaramente distinta per altre radicali impronte; ma questo troncamento medésimo varia alquanto tra loro, mentre p. e. i verbi italiani terminanti in arcj che nei dialetti lombardi

DB DIALBm GALLO-ITALICI.

XLIX

serbano la sola d finale, negli emiliani terminano generalmente ÌD ar^ e nei pedemontani in è:

Itaua?io

portare

andare

f?olare

pensare

LoVBABDO

porta

andà

vola

pensa

EULIAXO

portar

andar

volar

pensar

Pedemo.^t.uio

porte

andè

vale

pcnsè.

In pari modo variano con determinate leggi in ciascun ramo le inflessioni dei participj e di tutte le voci dei verbi.

Così r emiliano e il pedemontano discordano dal lombardo per la proprietà a questo ignota di elìdere sovente le vocali radicali nel principio e nel mezzo delle voci, come:

ÌTALIA?IO

bisogno

disotterrare

pizzicnre

fìesare

LOSBABDO

bisògn

desoterà

pizigà

pesa

Emilluio

bsògn

dsotrdr

pzighàr

psiir

PcDEVOTTAl^O

bsùgn

dsotrè

psigliè

psè.

Per ùltimo la costruzione delle fra<%i fóndasi d'ordinario sopra una serie di leggi, parecchie delle quali sono comuni a tutti i dialetti gallo-italici, mentre variano più o meno da quelle onde b sintassi delle altre famiglie viene retta; ciò nuUadimeno sovente i Lombardi, ad esprìmere un medésimo concetto, fanno aso di frasi (fiverse da quelle degli altri due rami, ciascuno dei quali pos- siede a vicenda una doviziosa raccolta di radici di e^^clusiva ^ua proprietà. lUistino questi pochi cenni a mostrare la vìa da noi se- guita, e i càrdini fondamentali della divisione da noi proposta e traUa dall'intimo organismo dei dialetti medésimi. A provarne l'esattezza, e ad enumerarne le varie eccezion^ vaminno le mol- téplici osservazioni, ed i copiosi esempi, che mano mano verremo sparatamente esponendo.

PARTE PRIMA. DIALETTI LOMBARDI

CAPO I.

^. i . Dwisione e posizione dei dialetti lombardi

Divisione. Se nei dialetti lombardi consideriamo attenta- mente le moltéplici dissonanze di minor conto ^ che li contradi- stìnguono^ indeterminato ne è il nùmero^ e impossìbile mia esatta classificazione^ mentre non solo ogni città ed ogni terra ha il proprio dialetto^ ma persino nel recinto d'una città medésima parlasi dall' un capo all'altro con diverso accento e varia flessione. Con tuttociò^ se, afferrando le precipue loro variazioni e le pro- prietà radicali più distintive ^^ ne consideriamo il complesso ed i rapporti^ agevolmente ci si aiTàcclano ripartiti in due gruppi, che per la posizion loro abbiamo denominato occidentale ed orien- tale. Ciascuno di questi é rappresentato da un dialetto principale, quasi modello, che racchiude in solo, e meglio sviluppate, presso che tutte le proprietà distintive dei sìngoli suoi membri, e intorno al quale tutti gli altri si ravvolgono con gradi più o meno pròssimi di parentela. Questa affinità per altro sta per lo più in ragione inversa della distanza dal centro comune, per modo che i più vicini più si accostano al dialetto centrale, e i più lontani, serbando appena le traccio d'un' affinità lontana, se- gnano quasi il passaggio dall'uno all'altro gruppo, o dall'una al- l'altra famiglia, colla quale si vanno mano mano assimilando.

La linea che, da settentrione a mezzogiorno scendendo, separa con bastévole precisione questi due gruppi, incomincia dalla ca- tena delle Prealpi orobie che divide l'estesa valle dell'Adda da quelle deirOllio, del Serio e del Brembo, e percorrendone le creste che separano la Val Sàsina dalle confluenti della Val Brembana,

PAUTB PRIMA.

ragghinge l'Adda poco inferiormente a Lecco, indi ne segue il corso sino alla sua foce nel Po, deviandone sol breve fratto verso oriente, da Cassano cioè (ino a Rubbiano.

Il dialetto principale rappresentante il gruppo occidentale si è il Milanese, e ad esso più o meno affini sono: il Lodigiano, il Comasco, il Valtellinese, il Bormiese, il Ticinese e il Verbanese. Il gruppo orientale è rappresentato dal Bergamasco, al quale sono strettamente congiunti, per comuni proprietà, il Cremasco, il Bresciano e il Cremonese.

Posizione. Il Milanese è il più esteso di tutti. Oltre alla pro- vincia di Milano occupa una parte della pavese fino a Landriano e Bereguardo; e, varcando quivi il Ticino, si estende in tutta la Lomellina e nel territorio novarese compreso tra il Po, la Sesia ed il Ticino, fino a poche miglia sopra Novara.

Il Lodigiano si parla entro angusti limiti , nella breve zona compresa tra l'Adda, il Lambro ed il Po, risalendo fino all'Ad- detta nei contomi di Panilo; inoltre occupa un pìccolo lembo lungo la riva orientale dell'Adda, intomo a Pandino e Rivolta.

Il Comasco estèndesi in quasi tutta la provincia di Como, tranne r estrema punta settentrionale al di di Menagio e di Bollano a destra ed a sinistra del Lario; e in quella vece comprende la parte meridionale'^e piana del Cantone Ticinese, sino al monte Cénere.

Il Faltellinese occupa colle sue varietà le valli alpine dell'Adda, della Mera e del Uro, inoltrandosi ancora nelle Tre Pievi, lungo la riva del Lario, intomo a Gravedona, ed a settentrione nelle quattro valli dei Grigioni italiani, Mesolcina, Calanca, Pregallia e Pnschiavina.

L'estremità più elevata settentrionale della valle dell'Adda, che comprende a un dipresso il distretto di Bormio, colla pìccola valle di Livigno situata sull'opposto pendìo del monte Gallo, è occupata dal dialetto Bormiese.

Il Ticiiìese è parlato nella parte settentrionale del Cantone Svìzzero d' egual nome, al norte del monte Cénere, in parecchie varietà, tra le quali distìnguonsi sopra tutto le favelle delle valli Maggia, Verzasca, Le ventina, Blenio ed Onsemone.

Il f^erbanese estèndesi tra il Verbano, il Ticino e la Sesia, dalle Alpi lepòntiche fin presso a Novara, ed è quindi parlato

DIALETTI LOMBARDI. K

lungo ambe le sponde del Verbano ^ spaziando ad occidente in fatte le vallate che vi affluiscono^ ed insinuandosi nella più estesa della Sesia colle sue affluenti del Sermenta e del Mastallone.

Il Bergamoico confina a settentrione col Valtellinese, da cui lo divide Valta catena delle Prealpi orobie; ad occidente col Co- masco e col Milanese. Esso occupa le valli del Brembo e del Serìo^ confinando ad oriente col Bresciano, e, giunto alla pianura, si stende tra V Ollio e V Adda, scendendo fin sopra i Mesi di Crema.

Il Cremasco è una breve continuazione del Bergamasco, a mez- zogiorno del quale si estende sino alla foce del Serio, occupando i soli distretti Vili e IX della provincia di Lodi.

Il Bresciano è parlato nell'estesa valle dell* Ollio, in quella del Clisìo fin entro il Tirolo, e lungo la riva destra del lago Benaco fino a Desenzano; di per una linea trasversale, che discende fino a Canneto suir Ollio, confina col Mantovano.

Il Cremonese per ùltimo giace tra gli indicati confini del Lodi- giano, del Cremasco e del Bresciano, e la riva sinistra del Po, che segue dalla foce dell'Adda sin presso a quella dell' Ollio, dove confina col Mantovano.

l. 3. Proprietà distmtwe dei due gruppi occidentale ed orientale.

Tra le molte proprietà, onde gli orientali dialetti sono dagli occi- dentali distinti, le più generali, costanti ed ovvie sono le seguenti :

Gli occidentali hanno varii suoni nasali, slmili ai francesi e ignoti affatto agli orientali; e questi suoni tròvansi cosi nel fine, come nel principio e nel mezzo delle parole:

Italiano pane lontano àndito imposta filatqjo

D. Oc. pan lontàn àndeg anta filanda

Italiano bene sereno guardanidio incìdere contenta D. Oc. ben serén éndes émed contenta

Italiano i?ino piccino India utensili accipigliato

D. Oc. cin piscinìn India inguànguel ingrintà

Italiano buono divozione ùngere unghia incontro

^Oc. ben difpozión óng óìigia incónter.

In vece gli orientali sopprìmono in fine di parola, e d'ordinario ^Qche nel mezzo, la lèttera n^ accentando la vocale che la precede :

0

PARTE PRIMA

r

Italiano

mano

pane

bene fine

buono

tuono

D. Oc.

man

pan

ben fin

bon

tron

D. Or.

ma

fi

tu

Italiano

quanto

contento

solamente

momento

tante

D. Oc.

quant

contènt

solamént

moment

tanti

D. Or.

Quat

cuntét

sulamét

mumét

tate.

Il suono tagliente ed aspro della z assai frequente nei dialetti occidentali, e tanto più intenso e ripetuto quanto più si avvicina alle montagne, ove sovente sta in luogo della s italiana, si cangia air opposto in ss negli orientali, ai quali è presso che ignoto.

grazia ozio

grazia ozi

grassia ossi.

Gii orientali sopprìmono di frequente la lèttera t;^ permutan- dola alcuni in forte aspirazione, mentre gli occidentali non aspi- rano mai.

Italiano

razza

acciajo

azióne

D. Oc.

razza

azzàl

azión

D. Or.

russa

assà

assiu

Italiano cuQallo alari dovere vecchio giovine

D. Oc. cavai cavedón dover vèc gióven

Ti Op ^cfld/ icaedà ' idoér gnè èc gnè zàegn

icahàl ìcahedù ìdohér gnè hèc gné zùhegn.

Da alcuni esempi già riferiti appare ancora come gli orientali permutino di frequente la vocale o in ti ^ mentre essa rimane sempre la stessa negli occidentali:

Italiano

fiore

vapore

paragone

lontano

ortolano

D. Oc.

fior

vapor

paragón

lontàn

ortolàn

a Or.

fiiir

vapiir

paragli

luntà

urtala.

Gli occidentali sopprimono la desinenza re nelle voci italiane terminanti in ere^ accentando la vocale precedente, e cangiano parimenti in e o é la desinenza italiana ajOj mentre gli orientali terminano le stesse voci in ér:

Italiano barbiere sentiere candeliere pollajo sellqjo D. Oc. barbe sente candite polé selé

D. Or. barbér sentér candilér pulér selér.

DIAUETTI LOMBAUDI.

Simflmente gli indefiniti dei verbi italiani nei dialetti occiden- tali pèrdono tutta la sillaba finale rCj mentre negli orientali ri- tengono la r:

Italiano andare portare lèggere ùngere dire {'enire D. Oc. andà porta lég óng di i;egnt

D. Or. andar portar lézer ónzer dir vegnir.

L'occidentale termina d' ordinario i particìpj dei verbi in à^ o in t ^ o in fi^ con suono prolungato quasi in doppia vocale, mentre r orientale conserva sempre la caratteristica t del participio ita*^ liano, mutandola solo talvolta in c^ e Tu dell'occidentale in t:

Italiano portato fatto finito i>isto bcQUto

D: Oc. porta fa fini pedfi 6wù

D. Or. purtàl fac finìt vedùl beit.

^. 3. Proprietà distintive dei sìngoli dialetti.

Ilj^dialetto milanese _, rappresentando il gruppo occidentale, e raccogliendo quindi in solo i principali caràtteri comuni, è meglio distinto da' suoi affini per le proprietà esclusive di cia- scuno di questi , che non per le proprie. Se non che , essendo parlato nel centro della lombarda civiltà, e trattato per ben tre sècoli da una lunga serie di valenti scrittori, emerge fra gli altri per dovizia di voci, politezza di forme e dolcezza di suoni, ac- costandosi sempre più alla lingua àulica generale. Esso infatti va perdendo tutto giorno i vocàboli più strani e più vulgari, ai quali sostituisce mano mano i corrispondenti italiani, ed alle antiche permutazioni di lettere, persistenti nelle campagne e nei vicini dialetti, va sostituendo a poco a poco le forme dell'italiana fa- vella. Per esempio, la passata generazione soleva cangiare so- Tento la / in Tj la f in Cj la d in g^j dicendo scara j vorèj per Kaloj volere j lecj strècj per letto j stretto; frèé per freddo e sl- mili; mentre il Milanese d'oggidì preferisce le forme scalOj volè^ lètj sirèl^ frèd^ ec.

La passata generazione faceva uso del passato assoluto nei ▼erbi che la presente ha affatto perduto, ed al quale sostituisce

PARTE PRIMA.

il passato composto coir ausiliare ; onde in luogo delle voci trovè^ disèj fèj per trovòj disse ^ fece, suole ora adoperare l'à troi^àj ditj fa. Le quali antiche proprietà^ serbandosi tuttavia in vigore nella campagna e nei vicini dialetti^ valgono precipua- mente a separare da questi il Milanese propriamente detto. Esso però distinguesi ancora dagli altri per la maggiore frequenza^ e pel prolungamento dei suoni nasali che vi producono una spe- ciale cantilena. Suddivldesi quindi in cìvico e rùstico j il primo è parlato dal pòpolo milanese; il secondo nelle campagne^ ove si parla con infinite varieté^ e queste vanno a poco a poco assi- milandosi ai più vicini dialetti.

Il LodtgianOj come tutti gli altri della pianura su minore su- perficie dififiisi, oflfre un minor nùmero di varietà. Le sue proprietà più distintive a poco a poco si smarrirono nel continuo commercio colla capitale lombarda, e solo alcune sèrbansi ancora nelle più appartate campagne, ed in particolare nella terra di s. Angelo, e in quella parte inferiore della cittii, posta suU'Adda, che si chiama Lodino. Le principali consistono nel terminare con vocale ì plurali dei nomi, al modo comune itàlico, dicendo: gaUij sassi^ porte j scarpe j ec, il che si stacca da tutti i vicini dialetti. La stessa proprietà estendèvasi nei tempi addietro anche ai singolari di parecchi nomi, come scòrgesi nei Saggi da noi proposti dello scorso sècolo, e come si suol pronunciare tutt'ora in alcune ap- partate campagne.

Inoltre il Lodigiano suol permutare in én nasale la desinenza inOj dicendo: giardén^ spén, azzaléa^ per giardino j spino ^ ac- ciarino ; proprietà comune eziandio al vicino dialetto Cremonese, ed a parecchi fra gli emiliani, ai quali queste due favelle si vanno assimilando. Volge sovente V ò dei Milanesi in %i italiana, di- cendo: fag^ fura^ ugij invece di fog^ fora^ oc, ossia fuoco jfuori^ occhi. Termina in e disaccentato gli indefiniti che negli altri dialetti si troncano, come: lege, vede, sente j dorme ^ per tèg- gerey vedere j seìitire^ dormire. Pèrmuta in e Ta degli imper- fetti nei verbi, dicendo: andeva, portévan, làvoréss, mangiésSj per andava j portavano j lavorasse , mangiasse. Termina in ài i participj passati dei verbi irregolari, e inà^^ ìt^ Ut quelli dei verbi regolari, che il Milanese suol troncare in dj i^ fi;

DiALerri lombardi.

Itah'ano andato fatto stato cantato sentito rmitito FxHiigìano andai fai stài canta t sentU vediit Milanese andà fa sta canta senti pedii.

Questa proprietà è comune ai dialetti orientali, e quindi al vicino Cremonese, al quale il Lodìgiano sempre più si accosta verso mezzodì, come verso Pavia e Piacenza agli emiliani. Nella città peraltro tutte queste proprietà dileguano notevolmente ogni anno, sicché è assai probàbile che in poche generazioni, conti- nuando r attuale órdine di cose , il Lodigìano diverrà un suddia- letto del Milanese.

Il Comasco cangia in ol l'artìcolo ed il pronome personale ilj egliy espresso dal Milanese colla voce elj come: ol f^enty ol dar y ol diSy ol cred, per •/ vew^o, il lumcj egli dicCj egli cre- de. — Serba la voce sémplice dei passati assoluti nei verbi, proprietà comune non solo agli altri dialetti occidentali, come accennammo, tranne il Milanese; ma altresì agli orientali, coi quali il Comasco si fonde lungo il comune confine. Inoltre pèrmuta, come il Lodigiano, in e Ta negli imperfetti dei verbi. Volge sovente in ng le desinenze nasali milanesi, in z^ o in z^ e di mano in mano che, verso occidente, s'inoltra nei monti, assume una successiva serie di leggere permutazioni si nelle vocali che nelle consonanti, diffìcili a descrìvere non che enumerare, e che solo può rappresentare chiaramente la voce. Nel Comasco del pari che nel Valtellinese la s impura prende, come

V V V V

nella lingua tedesca, il suono Sj dicendo stala^ statj spinj in luogo di stalla^ stato^ spino.

Il F'altellinese si distingue dal Comasco e dal Milanese per maggiore asprezza e più frequente concorso di sibilanti, per al- cune forme esclusive di reggimento, e pel nùmero ragguardévole di radici strane e forse vetuste. Se non che, sparpagliato quasi per trenta miglia di lunghezza nella valle dell'Adda e nelle sue convalli, non che in quelle della Mera e del Liro, benché lungo la strada che percorre il fondo della valle serbi una certa uni- formità, sì suddivide in un gruppo di suddialetti, ciascuno dei quali ha proprietà distinte di suono, di flessioni e di radici. I più distinti sono parlati nelle valli di Chiavenna, Pregallìa, Masino, fcìenco., Vennina e Roasco. Gli uni partecipano dei dialetli rè-

iO PARTE PRIMA.

tic! della vicina Engadina, dai quali trassero parecchie forme e radici; gli altri sono misti di radici germàniche; e mentre quelli si distìnguono dagli altri lombardi per la frequenza delle dolci sibilanti e delle liquide romanze^ questi fanno uso delle più aspre tolte ai vicini e rozzi dialetti tedeschi.

Solo, e quasi isolato sulla vetta della stessa valle, il Bormiese distaccasi da tutti gli altri lombardi, per la mancanza del suono tV:, in cui vece fa uso dell'aperta vocale toscana ti. Pèrmuta sovente in / la t^ nei dittonghi ia^ ie^ iUj dicendo : implenir^ plu^ planj clamar j o clanièrj in luogo di empiere ^ più^ piano ^ chia- mare e slmili. Queste due proprietà , costanti particolarmente nelle voci latine d'egual forma, lo assimilano al dialetto rètico, o romanzo, della vicina Engadina, alla quale in parte geografica- mente appartiene, essendo l'annessa valle di Livigno sul decli- vio settentrionale dell'Alpe. Ivi infatti s'accosta al rètico ancor più che non lo stesso Bormiese , cangiando in er la desinenza dei verbi italiani in are^ come: [er^ stèr, cominciar ^ per fare, starCj

V V V

cominciare j e volgendo sovente la s e la 9 in «^ z^ come: esj fozaj per seij foggia.

A spiegare questa dissonanza del Bormiese dai vicini lombardi è da notarsi, come il contado di Bormio, dal Medio Evo sino ai tempi dei Visconti, si reggesse con proprie leggi ; come una forte muraglia, della quale sopravànzano alcuni rùderi, il dividesse dalla restante Valtellina; e come ne' suoi Statuti, del 1500 incirca, fosse inserito un appòsito capitolo de non habenda communione cum hominibns de Pialle Tellina.

Oltre alle accennate proprietà, U Bormiese suole terminare in r gli indefiniti dei verbi che nei lombardi occidentali sono tronchi:

Italiano

amare

scrwere

lèggere

finire

sentire

Bormiese

amar

scrìver

lézer

finir

sentir

Milanese

ama

scrif

leg

fini

sentì.

Nella prima persona plurale dei verbi suole trasportare tra il pronome ed il verbo la lettera mj caratteristica di questa per- sona, non solo in tutti i dialetti italiani, ma in presso che tutte le lìngue derivate dalla latina, e termina quindi il verbo in vocale, dicendo: m 'm sèj no m*àj no ^m porta j per noi siamo, noi ab-

DIALETTI LOMBARDI. I 1

hiamo^ noi portiamo j le quali ùltime proprietà sono comuni al- tresì al vicino dialetto bergamasco^ dal quale appàjono derivate. Come il Bergamasco, elide ancora talvolta il Bormiese la p^ nel mezzo delle parole, dicendo: tornàa^ mangidariy diuj per tor- nava j mangiavano j dava. Per modo che possiamo riguardare il Bormiese come anello che congiunge i dialetti lombardi ai retici, e, tra 1 lombardi, gli occidentali agli orientali. Con tutto ciò esso distlnguesi dagli unì e dagli altri per esclusivi caràtteri propri, màssime nella costruzione e nelle radici, come vedrassi nell'unito Saggio di Vocabolario.

Il Ticinese^ del pari che tutti i dialetti montani, varia non solo da valle a valle, ma da luogo a luogo, per modo che so- vente nella valle istessa distìnguonsi di leggeri tre o quattro dia- letti diversi ripartiti in parecchie varietà. Ivi la sola proprietà, che dir possiamo generale, consiste nella rozzezza delle forme e dei suoni; ma le une che gli altri variano all'infinito, sicché ardua impresa sarebbe il contrasegnarli ed enumerarli. Ivi, p. e., l'articolo maschile prende successivamente le forme elj er, o, ol. Uj ulj ur^ rOj rtij il suono duro della e viene raddolcito, o scambiata a vicenda la vocale seguente in dittongo; così la pa- rola carne vi assume le forme carn, chiara^ clièrn^ clkièrn^ cem,

I participj assùmono da luogo a luogo varia flessione, termi- nando in Val Maggia in do o in èò, nelle VaUi Verzasca e di Ble- nio in òu 0 in èiéj ed in Val Levcntina in ó:

Italiano

chiamato

cominciato

baciato

peccato

trovato

Milanese

ciamà

comenzà

basa

pecà

trova

V. Maggia

ciamào

comenzào

basào

pecdo

truvdo

V. Verz. e Bl.

ciamòu

menzòu

pasciòii

pecòu

trovÒH

V. Leventina

damò

comenzù

baso

pecó

trovo.

Nelle Valli Maggia e Leventina dìcesi ancora mèj dècj ciamèc per andato^ dato, chiamato; e in Val Verzasca stcif,trovèiè, tor- nèió, per stato, trovato, ritornato.

Dai quali esempi scòrgonsi ancora le permutazioni del b in pj dell'o in u, più o meno frequenti nella indeterminata serie delle varietà. Ed è pure a notarsi^ come la valle di Blenio, oltre alla sinìglianza coi dialetti liguri nel suddetto dittongo òuj ha eziandìo

12 PARTK PRIMA.

quella degli artìcoli Oj olj ra, m. A spiegare questa moUipliciià di dialetti in si angusta superficie^ oltre alle inòspite catene di monti che interrómpono e rèndono malagévole il frequente com- mercio tra le popolazioni che parlano^ è da notarsi ancora r influenza dei vicini dialetti romanzi e germànici, i quali, tra le vicende polìtiche di molti sècoli, penetrarono a vicenda nell'una o nell'altra vallata. Ond'è, che i dialetti delle valli Leventina e di Blenio distinguonsi ancora, per molte radici e forme romanze, da quelli delle vicine vallate, corrotti da forme e radici germàniche.

Il Ferbanese :, essendo diffuso sopra una superficie assai più vasta, lungo ambo le sponde del Verbano, e di sui più erli monti occidentali e per entro le appartate lor valli, ed essendo inoltre a contatto coi dialetti Milanese, Comasco, Ticinese e Pie- montese, non che coi germànici del vicino Vallcse, che da età rimota penetrarono nelle valli italiane del M. Rosa, ove tutt'ora sono in parecchi villaggi parlati (1), offre una moltitùdine di va- rietà, cui toma pressoché impossìbile determinare. Ivi i suoni delle vocali percórrono da luogo a luogo tutta la scala delle in- determinate loro graduazioni, e quindi vi appàjono distinti i suoni dei dittonghi ae, ovvero a ed ou^ ignoti agli altri dialetti lom- bardi. — Ivi è frequente la permutazione della ti italiana in i^ che gli altri Lombardi cangiano in u^ dicendo tic per iuili^ {>olU per voluto j e inversamente della i italiana in iij dicendo pnimma^ {>iislUj per primttj risto. Più frequente vi è il concorso delle sibilanti più aspre, e la permutazione della Hn c^ in fine che

V V

in mezzo delle parole, come: slrècj nac^ dicciu. faccia ^ quanci, per stretto j andato ^ detto ^ fatto ^ quanti, In quella vece il suono dolce della e vi è sovente permutato in Sj dicendo panscia^

y

porsceij per pancia ^ porci j ed il suono della g m Zj dicendo zàipnuj zerlttj per giòipine^ gerla.

Proprietà esclusiva e rimarchévole di questo dialetto si ò an- cora Tuso di trasportare il pronome personale , che fa le veci di attributo, dopo il verbo, al quale viene sufXisso, anche formando

(i) Vcggasi il nostro Prospello dille colonie straniere in Italia j inserito neìVJnnuario Geogràfico Italiano, publicato dairufficio di Corrispondenza geograficajn Bologna, 184».

, OHBe: l'à lUcàughij ch'a venmi^ l'è laccassi, l'à viittidu, t ò tnwalla, i ò mai disiibidevvi, i sérPiVi., mentre tatti gli altri dialetti serbano la costruzione italiana : gli disse, che mi vwne, egli si è attaccalo, lo ha cisto, io fho trovalo, io non v'ho mai disubbidito, io ci lerco. Raddoppia per lo più le conso- naoti nelle parole piane, e più sovente la m facendola nasale, come: mattu, crappi, cracicchi, stimmaj priimma, mangiumma, per figlio, crepo, capretto, stima, prima, mangiamo.

Queste ed altrelali dissonanze imprimono nel Verbanese un a&pelta assai diverso da quello di tutti gli altri , màssime nella regione posta fra la riva destra del Verbano e la Sesia, ove serba ancora doviziosa raccolta di voci strane ed originali. Ciò nullo. * stante, verso oriente e mezz(^iomo, esso va assimilandosi al Mi- lanese, come verso occidente va fondendosi nel Piemontese che, olire all'èssere vicino, vi esercita eziandio la sua politica influenza.

Fra tutte queste indescrivibili varietà del dialetto Verbanese, penetrando nei monti, òdonsi ancora sovente, in mezzo alle tronche voci lombarde , le aperte e liquide vocali comimi, le aspirazioni fiorentine, le nasali livornesi, e persino gli accenti spagnuoli e francesi, importati dagli abitanti nelle continue migrazioni che da sècoli sogliono fare a diverse parti d'Europa, per esercitarvi certe arti, che si possono dir quasi proprie di ciascun villaggio. In prova di questa osservazione soggiungiamo qui in calce il prospello delle arti proprie degli abitami di tutta la Val Sesia, comprese le sue convalli, e della Riviera d'Orla, notando i luo- ghi, ove sogliono annualmente recarsi ad esercitarle (I); e sa-

(l) >UXA V.U-SeSIA I iKt C01VILLI.

o di t'oratla.

Breja Teuilori e Coloni io patria. Camasco Caliolaj ed Arrotini a Hilaiio.

Campetto Peliraj in Germania, e hegoiianli in Augusta e a TorliHk Cervardo Tessitori in Lomellina.

Cervatlo All>ergalori e Imballatori nella R. Dogana > Torino. Ciiiascn Osti in Ispagna, Pcllraj in Germania, StDCCatnriln Frawlai e Coloni In patria.

Cnvagliana Tessitori in Lomellina, Caliolaj in PiemoDlc.

Ctévola SeccbioDaj e Hatlellini por l' Italia.

i4 PARTB PRIMA.

rebbe pur desideràbile, che simigliantì notizie venissero raccolte in tutte le valli racchiuse fra il Monte Rosa e il Monte Adamo,

Fobello Albergatori, PizzicàgnoU, Osti e Camerieri a Torino.

Locarne Calzolaj in Piemonte, Muratori In Francia.

Morca Pescatori, Calzolaj e Muratori In Savoja.

Morondo Calzolaj in patria ed ai varii mercati della provincia.

Parone Calzolaj, Secchionari e Coloni.

Quarona Calzolaj a Milano, Falegnami a Torino, Agricoltori in patria.

Rimella Albergatori , Cuochi , Camerieri e Domèstici a Novara , Ver- celli e Torino; Muratori, Legnajuoli e Agricoltori in patria.

Rocca Falegnami a Torino, Calzolaj e Agricoltori in patria.

Sabbia Tessitori in Lomellina, Calzolaj in Piemonte, Pastori in patria.

Valmaggia Legnajuoli e Calzolaj nel Novarese e in Piemonte, Ottonaj a Varallo.

Varallo Negozianti di vario gènere.

Vocca Muratori in Isvìzzera.

Mandamento di Scopa,

Alagna •— Stuccatori e Scalpellini in Francia e nella Svìzzera. Balmuccia Muratori in Francia e Svìzzera , Calzolaj in varie parti

d'Itolia. Boccioleto Muratori e Stuccatori in Francia e Svìzzera. Campertogno Stuccatori e Muratori in Francia. Carcòforo Muratori e Stuccatori nella Svizzera, Peltraj a Milano. Ferrate Secchionaj giròvaghi per r Italia. Fervento Muratori e Stuccatori in Francia e Svìzzera. Molila Stuccatori e Muratori in Francia e Svìzzera, Fabbricatori di

chiodi in patria. Pila Calzolaj e Secchionaj per V Italia. Piode Calzolaj e Secchionaj per T Italia.

Rassa Legnajuoli e Calzolaj nei Milanese, e in varie parti dMtalia Rima Stuccatori e Muratori in Francia e nella Svìzzera. Rimasco Stuccatori e Muratori in Francia e Svìzzera, e Secchionaj in

Italia. Riva Stuccatori e Muratori In Francia, Fabrlcatori di ribebbe in patria. Rossa Stuccatori e Muratori in Francia. S. Giuseppe Stuccatori e Muratori in Francia e nella Svizzera. Scopa Stuccatori e Muratori in Francia, Calzolaj e Falegnami in Italia. Scopello Calzolaj in Piemonte e a Novara.

Mandameìito di Borgosesiu.

Agnona Falegnami e Calzolaj in Piemonte e nel Alìlanese. Aranco Falegnami in Piemonte .. Agricoli in patria.

DIALETTI LOMBAKDI. i%

che f non solo porgerebbe la cagione (jU alquante straneize proprie quei dialetti^ ma spiegherebbe altresì molte partico- larità di maggior momento.

Borgoscsia. Negozianti di vario gènere e Vetturali.

Cellio Tessitori in patria e Falegnami in Piemonte.

Doccio Muratori in Francia, SecchionaJ giròvaghi per l'Italia.

Fernita Tessitori in patria.

Forato Agrìcoli in patria, SeccliionaJ giròvaghi per ritalia.

Isolella Fabbri-ferraj in patria, SecchionaJ nel Milanese.

Valduggìa Calzolai, Falegnami e Fonditori di bronzi.

RivisaA d'Oeta Supeeioab.

Alzo Osti a Roma e nella Spagna.

Ameno Muratori e Scalpellini a Torino ed in patria.

Armeno Commercianti a Livorno, Pastori in patria. Coloni sul Novarese.

Arola Calzolaj a Pavia e nella Spagna, Carbonaj i:i patria. Arto Calzolaj e Carbonaj in patria. Bolleto Osti a Roma e nella Spagna.

Carcegna Ottonaj a Piacenza, Osti a Roma, Calzolaj a Brescia. Cèsara Calzolaj ed Osti a Genova ed a Roma^ Carbonaj in patria. Coirò Calzolaj a Pavia e Soresina, Pastori in patria. Corcogno Muratori in patria. Isola s. Olulio Osti nella Spagna. Miasino Muratori e Scalpellini in patria. Nonio Osti a Roma ed in Ispagna. Orla Osti in Ispagna. Pella Osti nella Spagna.

Pettennsco Osti nella Spagna e Scalpellini in patria. S. Maurizio d'Opaglio Osti in Ispagna ed a Roma. Vacciago Scalpellini e Mercatanti a Milano , Muratori e Scalpellini in patria.

Riviera d'Orta Inferiore.

Auzate Peltraj ed Osti a Roma.

Bolzano Muratori e Scalpellini a Pavia ed in patria , Falegnami a Torino.

Bugnate Osti a Roma^ Peltraj in Germania.

Gargano Conciatori di pelli, Fabricatori di stoviglie in patria, e Cal- zolaj a Soresina.

Gozzano Ottonaj a Torino ed a Milano, Peltraj in Germania, Pizzica»

gnoli a Roma, ^gno Peltraj in Germania , Osti a Roma , Milano e Spagna. ^ri$o— Calzolaj Conciatori di pelli in patria, Osti a Roma ed in Ispagna.

i(i PARTE PRIMA.

Il Bergamasco possiede per eminenza le proprietà distintive dei dialetti orientali^ e sono: le gutturali aspirate^ le permuta- zioni del z in s^ dell' o in t<^ ed altre più sopra mentovate; ma vi aggiunge ancora alcune forme al tutto sue. Esso^ come si è notato^ parlando del Bormiese^ ha un modo strano di formare la prima persona plurale nei verbi interponendo fra il pronome ed il verbo la sillaba maj o l'inversa anij invece di suffìggere al verbo stesso la caratteristica m^ come: nóter (cioè noi altri j Fr. nous autres) ma scrifj noi scriviamo j nóter am turna^ noi ritorniamo j nóter am durmaj noi dormiamo s nóter ni*andaràs o am portare y noi andremo o porteremo. Muta sovente la i e la j in gi^ dicendo ucasgiùy scalgiù^ per occasione j scaglione; e questo modo accompagna la pronuncia dei Bergamaschi^ come quella dei Vèneti^ eziandio quando parlano Italiano^ onde profe- riscono familgiaj elgi^ quelgij per famigliaj eglij quegli, Aspira le sibilanti, dicendo hervOj hovròj per seri/Oj sovrano. E qui vuoisi osservare^ che questa proprietà forma appunto uno dei principali distintivi fra la lingua latina e la greca ^ in quelle radici che hanno comuni^ come: serpo j salj syha^ che il Greco aspira in herpOj halSj hyle. Nelle valli superiori l'aspirazione si fa più frequente e più forte, e toglie il posto alla Sy altresì quando è preceduta o seguita da consonante; cosicché le voci italiane ca- stello j costaj pensare^ pestare ^ grosso j rosso j si odono aspramente mutilate in cahtèlj cohla^ penila j pehtà\j groh^ ruh. Pèrmuta la desinenza italiana ia in éaj dicendo cumpagnéu^ ostaréa o ohtaréaj malatéaj per compagnia ^ osterìa j malattìa. Suol terminare in è le parole tronche terminate negli altri dialetti af- fini in / e d:

Italiano gatti pianeti fatti stati scudi freddo nudo e crudo

Bergamasco ga6 pianéc fai stai sedè frèi niiè e criiè

Bresciano )

^ r gat pianèt fat stat sciid fred niid e criid.

Qui però è da notarsi, che questa permutazione nei participj ed in alcuni nomi ha luogo solamente al plurale, dicendosi anche dal Bergamasco ol gatj l'è andàtj nel singolare. Il CremascOj il quale, come abbiamo detto, continua sin presso

DIAiETTI LOMBARDI. i7

alla foce del Serio il dialetto Bergamasco, se ne allontana solo per le men frequenti elisioni del v e dell' n^ di modo] che,* se per la comunanza delle proprietà può riguardarsi come un sud- dialetto del Bergamasco, d'altra parte, per la poo4i loro intensità^ segna il trapasso al Cremonese. Un distintivo da notarsi in esso è^ che nelle desinenze italiane in tre^ tri, trOj dre^dri, dro, conserta lo stesso órdine di lèttere^ mentre negli altri è invertito il posto delle ùltime:

Italiano mentre altri dentro jKulre ladri quadro

Cremasco mentre altre dentre padre ladre quadro

Bergamasco) déter ,. ,., ,.

Cremonese S ''''''^'^ ^''^'- dénter P^^^ '^^^ «««r/m

In generale, come dialetto di pianura, è meno scabro del Ber- gamasco e del Bresciano, è, per la poca superficie sulla quale è parlato, non offre altra varietà che la consueta distinzione del dialetto riistico e deir firmano; che anzi nella città, non solo è più copioso di buone voci della comune lingua italiana, ma per la passata intimiU\ e alcune parentele delle famiglie più cospicue colla nobiltà vèneta, accolse parecchie voci di quell'elegante dialetto.

Il Bresciano serba pure presso che tutti i distintivi del Berga- masco^ sebbene meno intensi ; vale a dire, ha meno forti e meno frequenti le aspirazioni, le quali non vi hanno mai luogo nei mezzo delle voci, al posto della s; e meno frequenti ancora le elisioni della n, màssime nel mezzo delle parole. Del resto esso partecipa dei suoni e delle forme del Bergamasco per modo, da potersi riguardare come un suo pròssimo suddialetto. Se non che, essendo esteso sopra vastissima superficie, dalla catena Gamonia alla pianura mantovana., e confinando per oltre cinquanta miglia coi dialetti vèneti e col Mantovano, offre parecchie varietà, le quali, di mano in mano che si allontanano dal centro, si vanno assimilando a questi. Perciò esso ha un Vocabolario più copioso che non gli altri suoi affini, riunendo alle voci di questi edalle proprie parecchie radici tolte ai dialetti vèneti ed emiliani. Le >arìetà superiori pòrgono sopra tutto una serie importante di voci che si riferiscono alla pastorizia ed alfagricultura, (*ome

Li

{8 PARTE PRIMA.

lungo la Riviera del Benaco se ne serbano parecchie apparte- nenti alla nàutica ed alla meteorologìa.

Il Cremonese è fra gli orientali il più distinto dal Bergamasco. Situato fra gli Emiliani ed i Lombardi d'ambi ì gruppi^ esso è piuttosto un dialetto ibrido e misto degli uni e degli altri ^ che non originale e distinto. Infatti^ lungo la zona che accompagna la riva sinistra del Po^ segna il trapasso dal Lombardo all'Emi- liano, assumendo parecchie proprietà distintive di questo; mentre a settentrione si confonde col Bresciano e col Cremasco, e ad occidente col Lodigiana, col quale ha comuni parecchie proprietà normali. Esso non suole mai elìdere, come gli altri orientali, le consonanti p ed ny ma in quella vece fa uso di suoni nasali; ed in ciò pure si distacca dagli occidentali, pronunciando alquanto aperta la desinenza òn, e permutando la in in én^ come:

Italiano padrone timone ragione spino firn giardino

Cremonese padròn timòn razòn spén fén giardén

D. Or. padrà timù rasù sjA fi yiardi

D. Oc. padrón tiìnón rasón spìn fin giardtn.

Questa proprietà, comune eziandìo al Lodigiano, segna appunto il trapasso dal Lombardo all'Emiliano, che pèrmuta per lo più quelle desinenze, come vedremo, in òtin^ èin^ oppure in òn^ èn. Del resto il Cremonese ha comuni cogli orientali le seguenti proprietà: pèrmuta in é la i finale accentata, dicendo chéj tnéj déj inséj per quij mi o mCj dij cosìj volge sovente la o in u^ dicendo urtulàn, fiiir, odùrj per ortolano, fiore, odore; e la ti in ò'^ dicendo gióst, gòst, tòt, tóm, per giusto, gusto, tutto, lume. Termina in ér le voci italiane che finiscono in ere ed ajoj ed i participi dei verbi in àtj ity Ut,

^. 4. Osservazioni grammaticali in generale.

Nella complessiva grammaticale struttura tutte queste varie favelle sono collegate da uno stesso principio ordinatore, comune alla lingua italiana, e quindi in parte alla latina ed alla greca, ed in parte ai cèltici dialetti; ma, in onta a questa complessiva analogìa di forme, si allontanano sovente dalle une e dagli altri, in alcuni punti cardinali, dai quali appare manifesto, che estranei

MlLETTl LOVBtHOl. 10

eiementi, di natura diversa, contribuirono altresì alla loro forma- Tutti i dialetti lombardi fanno uso di articoli e di preposirioni per declinare i nomi, se è lécito chiamare declinazioDe qualche lieve modificazione intesa a distinguere, solo in alcuni nomi, il gènere ed il nùmero, giacché mancano onninamente i casi. Gli articoÙ variano di forma dall'uno all'altro dialetto, e sono: pel maschile determinato, eij ol, w, ul, tir, rri; per l' indeterminato, on, ón, u, ùnj pel determinato femminile, la, raj per l'inde- terminato, Olia, ònn, na, una. Nel plurale, il determinato è per lo più uno solo per ambi i gèneri , dicendosi ugualmente i gal, i ptgor, per i gatti, le pècore. Le preposizioni sono idèntiche alle italiane, cioè de, a, da, in, con, per, sii, ec, e, come io tutte le lingue neolatine, vengono contralte negli articoli, onde supplire alla mancanza dei casi, formando del o dot, al, dal , ììel, col, MÙt, ovTero dela, dola, ala, data, ec.

L'articolo per lo più è il solo distintivo dei nùmeri, tranne alcune eccezioni. Queste hanno luogo nel Milanese in alcuni nomi irregolari, nei quali la desinenza cangia al plurale, come òm, nomo, che fa àmen al plurale; in tutti i nomi terminali in ia, cbe al plorale finiscono in ì, come: oslaria, eiesia, che fanno «lari, ere»', e simili; ed in alcuni altri casi. Il Lodigiano, come accennanuno, dìstlnguesi fra lutti gli occidentali, per l'uso di terminare con vocale i plurali dei nomi, dicendo el gal, i gali, h eà, le case; esso in conseguenza ne forma, non però sempre eccezione. Cosi il Bergamasco, e con esso la maggior parte dei dialetti orientali, suol permutare la ( finale in i, nel plurale dei nomi e dei participj, dicendo ot galj i gai, ol fai, i faè, e sl- nilì. Si danno parecchie altre eccezioni, cosi in questi, come negli altri dialetti, cui lungo sarebbe enumerare; ciò nullostante, generalmente parlando, l' articolo è per lo ]hù l'esclusivo indica- tore del nùmero nei nomi Itnnbardi.

I gèneri sono due, maschile e femminile; e questi pure sono per Io più contrasegnati dal solu .'irlRolo, poiché, csm-iuìo i iiimii il più delle volle tronchi, màni'jmu della caratlcrtsVica finali^ , «'he b tutte le lingue e in tutti i dialelli neolatini j Cile; nei pochi eccettoati peraltro la i

!I0 PARTE PRIMA.

maschile; a il femiuiniic singolare ; t ed e i rispettivi plurali. Qiil però è d'uopo avvertire, che non sempre il gènere dei nomi è lo stesso nei dialetti e nella lingua italiana; ma talvolta è fem- minile in un dialetto quel nome, eh' è maschile in italiano, o in- versamente, dicendosi, on per, l'ombrèlaj la legnóla per una peraj l^ ombrello j il pipistrello j e slmili; la qual dissonanza ap- pare di gran lunga maggiore, se si confrontino i dialetti lombardi col latino idioma, che pur ebbe tanta parte alia loro formazione. Essendo quest'osservazione di somma importanza nello studio comparativo dei linguaggi, è manifesto, che farebbe cosa molto ùtile alla scienza chi, apprestando una lista dei nomi lombardi discordi nel gènere dagli italiani e dai latini, instituisse poscia un confronto col gènere dei loro corrispondenti nelle antiche favelle conosciute dei Celti, degli Etrusci, dei Greci e dei Teutoni, ciò che porgerebbe un nuovo elemento per la scoperta dei rapporti e delle orìgini.

Quanto ai nomi propri, essi vengono declinati in generale, come in Italiano, colle sole preposizioni; rade volte cogli articoli; in essi per altro, più che il modo d'inflètterli, richiede partico- lare osservazione la strana forma materiale, sopra tutto nei nomi di villaggi, di monti, di torrenti e di fiumi, dei quali sovente si cercherebbe invano congrua interpretazione, o qualche spontaneo rapporto, nella lingua del Lazio. Che anzi parecchi fra questi tròvansi con egual forma, e talvolta eziandìo con parità di circo- stanze, ripetuti in Francia e persino nella Gran Brettagna, mani- festando assai probàbile derivazione dai cèltici dialetti, i quali soli ne pòrgono bastévole spiegazione. Ond' è pur evidente, quanto sarebbe ùtile impresa il raccògliere ed ordinare il mag- gior nùmero possìbile di questi nomi nel nostro paese, instituendo un confronto con quelli delle altre regioni, onde poi rintracciarne r interpretazione nelle lingue ivi un tempo parlate. Ad oiTerire un saggio eziandìo di questo prezioso elemento, avevamo intra- preso laboriose ricerche>,^ riuniti alcuni materiali, quando fummo avvertiti, che appunto ifw questo argomento altri stava con pa- zienti e coscienziosi stoidt lavorando; sicché, nella speranza di vedere quanto prima |yiid)licato questo nòbile tentativo, con maggior copia di notizie/ 9 più maturati giudizj, abbiamo rinun-

•■I

cìalo all'impresa, conienti <li accennare a> questa parttcolarìti dei nostri dialetti, ed alla irrefragàbile importanza della medésima.

Gli aggettivi subiscono le slesse modilìcazioni dei nomi, coi qnali devono concordare in gènere e nìmiero. Per la formazione dei gradi, ricévono a vicenda gli aumenti , ossia le tenninazioni in, ina, ei, eia, et, etto pei diminnlivii oii, otia, a», atcia per gli aumentativi e peggiorativi; isscm, ìssenia pei superlalivi; ì quali aumenti equivalgono esattamente alle corrispondenti desinenze italiane t'n, ina, elio, ella, elio, ella, one, ona , accio, arina, iuimo, mima. Si fanno pure comparativi e superlativi, al modo italiano, premettendo loro gli avverbi più, mollo, e simili. Nes- suna legge determina il posto che occupar devono nel discorso; ma il solo uso prescrive d'anteporre gli uni, e di posporre gli altri al nome cui vanno uniti; cosi dìcesi òa bel òm, óa òm totìg t sufi/,- è lécito, senza offèndere l' orecchio, invertirne il po- sto, dicendo òtti bel, ón long e »iilil uni.

ì nuinerdli serbano pure la forma italiana o latina, più o meno corrolla, essendo in tutti i dialelti lombardi ordinati in diecine, cenlinaja, ec. Solo è da notarsi che, mentre in Italiano sono tutti indeclinàbili, tranne il primo, nei nostri dialelti invece i primi tre. quando sono uniti a qualche nome, contrasègnano il gènere con varia flessione, dicendo, l'm òm, ò»ie>i, tri ùtiìen, óna dona, dòn. Ire dòn. Di più, quando il primo é astratto, o di- ligo dal nome al quale si riferisce, si cangia in vùit, t>iina, giiin, jiuna.

I pronomi sono gli stessi dei quali fanno uso tutte le lingue indo-europee, ed alcuni si accostano colle forme ancor piiì ai rèitici clic non agli italiani , sebbene siano comuni del pari a quelle lingue. I pronomi personali, p. e., non distinguono nei nastri dialelti, con appòsita voce, il caH retto dall'obliquo, o il nominativo dall'accusativo; mi o me, ti o té, lii e le, sono eguali in lutti i casi del singolare; come tiù, onuii, o uóttrj9U,vótera •iiijòlter, lur, lor, i, le, per i plurali. Il |i:^ pronome lii si can^ Uholla nel nominativo in elj dicendo «fd», et crèd, per egli Hce, egli crede j ma per lo più forma plcvjiasmo, ^u-compagnanJto, ' qua^ rinforzando il primo, essendo pi^frequenic l'altrj forma: lóti diij l'i fi créd, come pure poi feiapinile, /(■ la dis, le la

%f

PAKTB PRIVA.

créd. Tutti gli altri pronomi sono mere corruzioni degli italiani^ e come questi^ in parità di circostanze^ sono declinati ora colle sole preposizioni I) ed ora eziandio coli' articolo.

Nella conjugazione dei verbi prevalgono generalmente le forme e le inflessioni dei verbi italiani ^ sebbene alquanto corrotte e variate. Quindi tutti i dialetti lombardi fanno uso dell' ausiliare QQerej per la formazione delle voci passate mancanti^ e deir au- siliare èssere per le passive, le quali mancano onninamente. Troppo lungo sarebbe per avventura T enumerare e precisare le tante variazioni che le caratteristiche dei verbi subiscono in ogni modo e tempo, e in tanti dialetti; siccome peraltro serbasi in queste per lo più una certa regolarità costante che si può bastevolniente rappresentare in due soli modelli di conjugazione, così abbiamo preferito metter questi sott' occhio, in forma di tàvola comparativa, nei dialetti rappresentanti ciascun gruppo , racchiudendo essi in maggior copia le forme e le proprietà dei loro affini, tranne poche eccezioni che noteremo a parte.

MILANESE

BERGAMASCO

ITALIANO

Modo Indefinito (a).

Tempo presente

porta porla

portare

Tempo ptusalo

ave

porla ^,! \ porlàl

aver portato

Tempo futuro

ave de porla

" i ( de porta

aver da portare

Gerundio

portànd

{ò) portando

portando

Participio

porta 1 (e) portai

portato

Modo Indicativo.

Tempo presente.

mi porli

me porte

io

porlo

ti pòrtet

pórtet {d)

tu

porli

el pòrta

'1 porla

egli

porta

nnn pòrtem

mi pórlem {e) nóteram pòrta {f)

noi

portiamo

viàlter i ^.^.

vLr 1 "»'•«

voi

portate

lor pòrfen

Tur i p<

9rla 1

eg1ìn(

} portano

DIALITTI U IMBARDI.

35

Tempo PafMto PròstioM.

mi

li liiel

nùn

\ porfava (g) I portavi

porlàvct portava

portàvem

Tajoller \ '

I porlivan è porlaven

me

lu '1

portàe

porlàel portàa

Du porlàem

nóter am porlàa

VII

%óter

io portava

tu portavi

egli portava

noi portavamo

voi portavate

èglino portavano

mi li

lui* niin

\

SVé 'et

S èm

Tiàller è vùjòller S *^'

lor àn /

me

porlàef

lur i portàa

Tempo PMiato Perfetto (A), porte, 0V9. ò \ io portai, ov9, ho

portèsset, t'è

IQ 'I porte, l'à I -r

V e

no portèssem^ èm / ^. nóter am porle, m*à **

lur I porte, i à (i) )

tu portasti, Ila! egli porlo, lia

o noi portammo, ahb.* [ E

voi portaste, avete èglino portarono, hanno

Tempo Pomato Rimoto.

mi

ti le lui'

S ave\a i avevi

avévet

aveva

avévem

5

;;?.l'" favévef vujolter \

lor

mi

lise

lùel

Dòn

viàller

aveven

porta

I portare I portare!

portarà porlarèiD

me

t'

lu r

nu nóier m'

le

iet

ìa

ìem ìa

5

■1

lor porUnn

vu vóter

lur i T me

'I nu

I ief

ìa Fotoro.

portare

portare portare

porta rem nóter am porfarà

{ portarì

lur i portarà

▼u vóter

io aveva

tu avevi

egli aveva

noi avevamo I %.

voi avevate

èglino avevano

io porterò

tu porterai

egli porterà

noi portareao

voi fiorterete

èglino porteranno

u

PARTE PRIMA.

Tempo Fataro Paisato.

mi li V

nun

viàller viijòller

lor

lavró lavorò

javré ) avare

)avrà j avara

) avrèm i ava rem

avri avari

\ avràn ) avaràn

o pi

me

t'

1*

avrò

avré

avrà

nu avrcm

nóter m* avrà

o

vu voler

lur i

avn

avrà

eh» e!

che

porla porla

porlèm

porte

pòrten

che mi che ti che e1

che nÙD

porta

pòriet

porla

pòrtem

che lor pòrten

lo

tu

avrò

avrai

egli avrà

noi

voi

avremo

avrele

èglino avranno

che mi

che ti

che el

che nùn

portàss

porlàsset

portàss

portàssem

che lor portàssen

Modo Imperativo.

porta al porle

portèm

porle

eh' i porte

Modo Congiuntif^o.

Tempo Presente.

che ine porle

che le pòrte t che 'I pòrte

che ì °" PÓrlem

\ nóter am porte

«'•«} voler Ip»'»*»"'*' che lur i porte

Tempo Passato Pròssimo.

che me porlèss

che porlèsset

che '1 porlèss

. , I nu porlèssem

^°®) nóter am portèss

"''^Ivóter { P^'-««'^*^' che lur 1 portèss

porla porli

portiamo

portale

pòrtine

eh' io che lu . eh' egli

che noi

che voi eh' èglino

eh' io che tu ch'egli

che noi

che voi ch'eglino

porli porti porti

portiamo

portiate portino

portassi portassi portasse

portassimo

portaste portassero

rbe mi ifa li 1'

tbe -'"' abief the tor àbien

abbia

che t' rhè lu r j

àbie 1 1

|«birghtrl

Tcapn FuMto Riaoto.

elle IP l' elle lu r ,

ch'io

ch« lu abbi

cli'cgti abbia

cbe noi abblamof ^

abbblc ' cirègliRO abbiano j

eh' io QTeMi

che tu ave»!

ch'egli avesse

clic noi avessimo J S"

elle

Bluri }-

ch'eglino avèwero I

Coodiiiaute PrcMole. portare! ! porlaréuel

parlerei porle resti porterebbe

porta rèuef porlarèf

20

PARTE PKIMA.

Condizionale Pasfato,

mi

avria avarèss

1

me

avrèf

io

avrei i

ti

1 avriet 1 ) ava rèsse! 1

le t'

avrèsset

lu

avresti |

luT

1 avria | ) avarèss \ "g

1 "^

lar

avrèf

^^

egli

avrebbe 1 V 2,

nun

avrìem [ ». avarèssom l

nu 1 nóter m* i

Bvrèssem ivrèf

'e-

noi

/ ^ avremmo 1 ®

viàlter avrief l vujòllcr avarèsscf i

VII è ,

voler ( *

ivrèssef

voi

avreste 1

lor

avrien 1 avarèsscn J

lur 1 avrèf

égli ne

) avrebbero ^

Modo Indefinito

Tempo presente

legni

lègn 0

legni

tenere

Tempo passalo

ave legnB

VI \

tegnit

aver tenuto

Tempo futuro

ave de legni

ai de

legni

aver da tenere

Gerundio

1 tegnénd ì tegnìnd

tegnendo tegnindo

1 tenendo

Participio

legnil

tegnit

tenuto

Modo h

^dtca^fpo

Tempo ]

Pretente.

mi

tègni

me

lègn e

io

tengo

ti

tègnet

le

tègnet

lu

tieni

lùel

tén

lu '1

le

egli

tiene

nùn

tègnem

nóler

i tègnem jam

noi

leniamo

viàller

legni

voler

legni

voi

tenete

lor

lègncn

lur i

èglino

tengono

Tempo Paufl

ito Pròssimo.

mi

(egneva legni va

me

tegnie

io

teneva

ti

\ tegnévet ì legni vet

le

legniet

tu

tenevi

Itiel

i tegneva i legni va

liin

tegnia

egli

teneva

DÙQ

) tegnévem ì tegnivem

nóter ^

, legniem fam tegnia

noi

tenevamo

viàller

1 tegnévef \ tegnìvef

voler

legnief

voi

tenevate

lor

1 tegnévei 1 tegniver

; 1

lur i

tegnia

èglinc

1 tenevano

DIALETTI LOMBARDI.

27

mi

0

\

1

\\V

è

lui'

OÙD

a em

fi

viàller

avi

lor

àn

Teapo Pattato Perfidio

me tegnè, wv. ò tegoèsset , t' è 'I tegnè, ''^f-

)aiD tegne, in'a[ - vótcr tegnèssef, i lur i tegnè, i à

io tu egli

noi

tenni, oi'f^. ho tenc<ili , hai (enne, ha

B

e o

tenemmo, abbiamo/ s>

voi (cnesle , avete èglino tennero, hanno

mi aveva

ti avévet 1' aveva

nun

avevem

viàller avévef lor avéven

OC

Tempo Passato Rinoto.

me r lù'l

nótcr

voler lur i

le

iet

ia

S iem f m'ìa

ìef

ìa

9

IO aveva

tu avevi

egli aveva

noi avevamo / ^

voi avevate èglino avevano

e o

Tempo Futuro.

mi

(ite

lùel nÙQ

viàller lor

tegoaró

S legna rét ' tegnaré

legna

legna rem

tegnari

tegnaràn

mi

lite lui'

)avro ì avaro

) avré /avare

\ avrà / avara

) avrèin / avarèm

a

viàller » «^" . /avari

lor \ *vràn I avaràn

me le Ili 'I

nóter

voler lur i

tegnirò

legni

tegnirà

S legni rem )am tegnirà

legnirì

tegnirà

Tempo Fatoro Passato.

uìé

le l* lu 1' uòler voler lur i

avrò

avrei

avrà [ ^

cn

) avrèm ' m'avrai

avrì

avrà

IO

tu egli

noi

voi

terrò terrai terrà

terremo

terrete

èglino terranno

10

tu egli noi voi

avrò

avrai

avrà

avremo

avrete

a e

I

èglino avranno

3K

PARTE PRIMA.

«

Modo Imperaiko.

tèli

tieni

ch'el

legna

al Icgne

tenga

tegnèm

tegnèm

teniamo

legni

tcgni

tenete

che

tègnen

eh' i tègne

tengano

che mi tègna che ti tègnet che et tègna

che nun tègnem

che viàllcr legni che lor tègnen

cheli »|««"èsse» ) tegnisset

cbeluel !»««»?» \ tegniss

chenao JJ^Snèssem \ tegnissem

cheviàUcrll"»"?**'/ ) tegniuef

che lor

i tegnèsseu ) tegnìssen

che mi àbia

che ti t' àbiet

che Ili 1' àbia

che niin àbiem che viàlter àbief che lor àbien

Modo Congiunlko,

Tempo Presente, che me tègne

tègnet tègne

cbènóler \^^Z.. I ani tegne

tegnighef

tègne

che che M

che voler che lur i

Tempo PaMato Pròssimo.

che me che te che lu '1

legnèss

legnèsset

tegnèss

che Doler M«8n^«™ ) am legness

che voler che lur i

tegnèssef tegnèss

ch'Io che lu eh' egli

che noi

che voi ch'eglino

eh' io che tu ch'egli che noi che voi ch'eglino

tenga tenga tenga

teniamo

leniate tengano

tenessi

tenessi

tenesse

tenessimo

teneste

tenessero

9

Tempo Passato Perfetto.

.. . tabe che me j^j^j^

<^»^ètét'jì^^\

chènóter}*^,!^'» } m'abe

che voler abièghef '

ch'io

che tu

eh' egli

che noi che voi eh' èglino

abbia

abbia

abbia

abbiamo

abbiate

abbiano

2

s

DIALETTI LOMBARDI.

29

Tempo Pattato Riaolo.

cbe mi avèss

cbe li le avèsset

che fu 1' avèss

cbe niin avèssem'

cbe via Iter avèssef

che lor avè^sen

3

less « iaèss

cbe me

che t'

che lu 1'

che nólcr } **?«"" ( ^

I èsset ì aèsset i

Mèta l n

che voler

ì m*aèss|

I èssef ì aèssef

chèluri 5*?^ : ) aess /

Condiziooale Pretente.

ch'io

avessi

che tu avessi

eli' egli avesse I ^

' et

a

e

che noi avessimo/ o

cbe voi aveste

eh' èglino avessero

. I legnarla mi »,

I tegnaress

li 1 •«?""'."' .

I tegnaresset

lu el ) 1^8"»"* ì tegnaress

4 legna riem ) tegnarèssem

viàUer 1 [««narìef l legna resse!

lor Stegnarien I legna rèssen

nuQ

me

légni f

légni rèssel

lù'1

légnirèf

'am tegniref vóter tégnircssef

lur i tégniréf

Condiaionale Passato.

io

tu

terrei

terresti

egli terrebbe

noi terremmo

voi terreste

èglino terrebbero

mi

(ite lui» oòn

) avrìa iavrèss

tavriet ) avrèsset

I.V

/av

na rèss

lavnem i avrèssem

D

Tiàltcr l *^n«' , ì avressef

1

avresseo

me

le V

lui*

nóter

avrèf \

avrèsset

avrèf

te

) avrèssem j =• t nT avrèf

vóter avressef

lur i

avrèf

io avrei

tu avresti

egli avrebbe

noi avremmo

voi avreste

èglino avrebbero ]

B

e

(hsen>aziont. (a) Non permettendoci la natura del soggetto di <^ntrare in ragionamenti sulla improprietà delle denominazioni

50 PARTE PRIMA.

usate dai Grammàtici per distinguere i varii modi e tempi nei verbi^ e desiderando d'altronde d'essere agevolmente intesi, ab- biamo adottato le più comuni nei modelli di conjugazione da noi proposti; non possiamo peraltro tralasciar d' avvertire, che sono per lo più improprie od erronee, e facciamo voti, onde i filòlogi v'apprestino finalmente d'accordo opportuno rimedio.

(6) Il gerundio, in forma di nome verbale, come portante, leg- gente e simili, non viene mai usato nei dialetti lombardi, se non per esprimere qualche grado, ufficio, professione o mestiere, come el tenéntj l^ajiUdnty el stùdéntj el cavalàntj diversamente viene espresso colla frase: che tiene o che teneva j che studia o che studiava.

(e) Il participio, come abbiamo altrove accennato, varia di forma in alcuni dialetti. Nel Lodigiano, oltre alle terminazionia^ àtj ha tal- volta ancora ai, It, ùtj dicendo lassàt, fai, andai, setìtit, vedut, ec. Nel Ticinese invece distlngiionsi le desinenze ào, òu, ó, èi, èie, come anddo, bacini, damò ^nèè, lroviièj\ìer andato, baciato, chiamato, andato, trovato. Per lo più si fanno anche femminili in tutti i dia- letti colle terminazioni ada, ida, ùda, come andada, sentida, tegni- da, vegnilda, per andata, sentita, tenuta, venuta. Si fanno anche plurali in alcuni dialetti, cangiando la terminazione; il Bergamasco muta il (in ^ pel maschile, e vi aggiunge un e pel femminile, dicendo fai, andàè, per fatti, andati; face , audace, per fatte, an- date; ovvero, come altri dialetti orientali ed occidentali, termina il femminile in ade, dicendo portade, malade, per portate, ammalate.

(d) Questo pleonasmo, costante nella seconda e terza persona singolare di tutti i tempi, e in ogni verbo, è comune a tutti i dialetti dell'alta Italia, ed è proprio eziandio dei dialetti armòrìci e càmbrici, i quali, nella conjugazione detta dai Granuuàtici im- personale, perchè distacca il pronome dalla radicale del verbo, ripètono il pronome in tutte le persone, dando al verbo una sola inflessione in tutto il tempo. All'incontro nella conjugazione detta personale suffìggono al verbo il secondo pronome, il quale, più 0 men modificato, vi tien luogo d'inflessione; e di ciò pure scòr- gesi traccia manifesta nelle seconde persone dei verbi lombardi, terminanti per lo più, nel singolare, in t, e nel plurale in v ed f, che equivalgono ai rispettivi pronomi (i o té, vii o vu. Sìmil-

DULCITI LOMBARDI. 3i

mente è proprietà esclusiva dei dialetti càmbrici l'uso d'inter- porre fra il pronome ed il verbo la particella eufònica a^ ciò che non di rado si osserva in quasi tutti i dialetti lombardi, ai quali è comune la fonna me a oOj a t' cantei, corrispondente all'armòrìca me a ia, a gdìij vale a dire, vadOj tu canti.

(e) É da notarsi la simiglianza dei pronomi bergamaschi nu e nóter^ 9U e vóter, ai francesi corrispondenti nous e nous^autres, ^ous e vous-autre», Nóter e ^àter sono più frequentemente usati; che ann ^ler e gli equivalenti viàlterj vSjòlter e slmili, si im- piegano, in tutti i dialetti lombardi, esclusivamente nel nùmero plurale, quando cioè si parla con più persone; mentre il vu ojp/i non si usa, se non parlando con una sola persona, come suole generalmente la lingua francese.

(/) Questa forma, strana in apparenza, è propria ancora dei dialetti armòrìci e càmbrici, i quali formano allo stesso modo la prima persona del singolare, dicendo, am^ ovvero em, bòa, me am boé , per io a^eva^ io ebbi; ove am^ ovvero em^ signifi- cano io y e formano il pleonasmo summcntovato. Il Bergamasco impiega la particella am^ quando il verbo incomincia per con- sonante, come appunto nóter am porta , noi portiamo j quando peraltro incomincia per vocale, sopprime la vocale a, dicendo nóter mUa., nóter m^ardèsSj per noi aiCi^amOj noi osiamo,

{g) >'ei dialetti rùstici occidentali viene permutata la caratte- ristica ava in cca^ cva in tVa^ àss in èsSj èss in iss^ in tutti gli imperfetti; dicendosi portela ^ tegniva^ andèsSj vorìssj per por- iQfHiy tegnevaj andàss, vorèss.

(h) Il Milanese urbano è forse il solo fra i dialetti lombardi che ha smarrita da qualche generazione la voce sémplice del passato perfetto, alla quale sostituì il verbo ausiliare col parti- cipio. In tutti gii altri, comprèsovi il Milanese rùstico, sussiste tutt'ora, sebbene venga adoperata solo in alcune persone, ed in determinate circostanze.

(i) Il verbo acere^ in tutti i nostri dialetti, serba la forma sopra indicata, solo quando fa T ufficio di ausiliare; ma quando è solo, e dinota possesso, assume in tutte le sue voci la particella affissa fjf^ogh'j dicendosi: mi gh'ó, ti gh'ét. Hi el gh'àj ec; e <^ni$poDde alla particella dj adoperala collo stesso verbo e nello

6

5^ PARTE PRIMA.

Stesso modo^ in alcuni dialetti toscani, come: io ci hOy iu ci haij ec. Questo affisso^ il quale, unito al possessivo^ è puramente eufònico nei dialetti lombardi, del pari che nei toscani, equivale al pronome personale a /ut^ 0 a /ei^ 0 a loro j se è unito air ausiliare ; p. e., mi gh*ó ón caoàly Hi el gh* aveva óna càj significano io ho un ca- vallo j egli aveva una casa; e in quella vece, ti te gh'è fat^ nóter gh'èm dé(j significano tu gli (o le) Imì fatlo^ noi abbiamo detto a luij 0 a leij o a toro. Il participio di questo verbo assume pure varie forme nei varii dialetti ; vale a dire, negli occidentali, aviij abilj biii^ biij e negli orientali avìt, aitj vìtj ìt. Il Bergamasco adopera il participio vitj quando è preceduto da consonante, e sopprime la v^ se la lèttera precedente è vocale, come: Gh'àl vìt frèè? No gh'ò tt gnè frèè^ gnè còld; cioè: J/a avuto fred- do? Non ho avuto ne freddo, caldo. Oppure: Quace sèèègh'àl vìt? Al ghe n*à ìt sic. Quanti figli Im avuto? Ne ha avuto chique.

In onta alle precedenti osservazioni, appare manifesta dal sin qui detto la complessiva consonanza dei dialetti lombardi colla lingua italiana, nelle forme grammaticali; ma se poniamo a ris- contro la rispettiva loro sintassi, e il modo vario di fraseggiare, questa consonanza dispare; dappoiché nei dialetti le leggi del reggimento, la costruzione delle frasi ed il frequente concorso di tropi e di figure, divèrgono talmente dalla struttura lògica della lingua italiana, da formarne altrettante lingue didercnti. Di qui appunto deriva la difficoltà che proviamo d'apprèndere e trattare convenevolmente l'italiana favella, perchè essenzial- mente discorde neir organismo concettuale da quella che parlia- mo; ed in ciò consiste la norma fondamentale che può èsserci scorta sicura a discoprire ì rapporti e le orìgini di tanti linguaggi. Siccome per altro ad instituire una ragionata anàlisi di questa concettuale stnittura di tante favelle diverse, richiederèbbonsi molte nozioni preliminari, estese ricerche e multiformi confronti che di troppo eccederebbero i lìmiti d'un sémplice Saggio, così, a pòrgere sott' occhiò la complessiva dissonanza concettuale tra i dialetti e la lingm scritta^ abbiamo preferito apprestare la ver- sione della Paràb(4fl del figlìuol pròdigo, in tutte queste favelle, onde lo studioso possa instituime agevolmente da T opportuno confronto.

CAPO II.

Versione della Paràbola del ftgliuol pròdigo j tratta da s. Luca , cap, XF, nei principali dialetti lombardi.

Onde agevolare la lettura dei seguenti Saggi coir orto grafia per noi stabilita a rappresentare in iscritto nel modo più sem- plice tante dissonanti favelle^ abbiamo creduto opportuno pre- mettere un prospetto dei segni convenzionali ivi impiegati^ col rispettivo loro valore, riassumendo così quanto abbiamo diffusa- mente esposto, a questo propòsito, neW Introduzione.

In generale V ortografia da noi adottata si è la comune italiana, sulla cui norma devono esser letti tutti i Saggi vernàcoli prodotti nel corso di quest' òpera. I nuovi segni introdotti a rappresentare isnoni dagli italiani discordi, o pei quali la comune ortografia italiana non ha determinato segno rappresentativo, «Jono i seguenti :

Per le vocali,

à equivale al suono misto w dei Latini in proster^ rosee; ed al

dittongo ai dei Francesi, in plaire^ niais; di que- sto non porge verun esempio la lingua italiana.

^ '• alla e aperta degli Italiani in bello ^ cappello, petto,

« » alla e stretta in cielo, neh,

^ " alla ò dei Tedeschi in hòren, Tochterj ed ai dit- tonghi eUj OBU dei francesi, in feu, i^oleur^ moBurs, coBur.

ò :j alla 0 aperta in porta, vòrtice^ amò.

ò » alla 0 stretta in volo^ mollo, popone,

^ ^ alla ti dei Tedeschi in HUlfe, nben, fiihlen; ed alla

u dei Francesi in usage, tétu.

. 9

Per le consonanti.

99

al suono dolce della stessa lèttera in cer{;0j cibo. Cicerone, '*

54 PARTE PRIMA.

g equivale ai suono dolce della stessa lèttera in germe ^ giro,

aggiùngere.

s » al suono delle se unite in scemare j scimmia _, sci-

mitarra.

z " al suono francese delle j e gf^ in joli^ bijout^ genre^

plonger.

h >• quando non è preceduta dac^odagr^è segno di

aspirazione. 'Gli accenti in generale segnano ancora il posto, nel quale deve

posare la voce. L'accento circonflesso dinota suono prolungato. Abbiamo poi premessa la versione italiana della Paràbola, per

agevolare ai meno periti neivarii dialetti l'interpretazione delle

altre, non che per rènderne più fàcile il confronto.

DIALETTI LOMBARDI.

35

Dngua Italiana.

il. Un uomo avevi due figliuoli ;

is. E il più giovine di loro disse al padre: Padre, dammi la parte dei beni che mi tocca; e il padre sparti loro i beni.

fls. E, pochi giorni appresso, il fi- gliuol più gióvane, raccolta ogni cosa, ^e n''aDdò in paese lontano, e quivi dissipò le sue facoltà, vivendo disso- latamente.

14. E, dopo ch'egli ebbe speso ogni cosa, una grave carestìa venne in quel pae>e , tal eh' egli cominciò ad aver bisogno ;

18. Ed andò, e si mise con uno de- gli abitatori di quella contrada, 11 quale lo mandò a' suoi campi a pa- sturare i porci.

16. Ed egli desiderava d'empiersi il corpo delle sìlique, che i porci man- giavano; ma niuno gliene dava.

17. Or y ritornato a medesimo , disse: Quanti mercenari di mio pa- dre hanno del pane largamente, ed io mi muojo di fame.

18. Io mi leverò, e me n* andrò a mio padre, e gli dirò: Padre, lo ho peccato contr'al cielo, e davanti a te;

19. E non son più degno d' èsser chiamato tuo figliuolo; fammi come lino de' tuoi mercenari.

so. Egli dunque si levò, e venne a suo padre; ed essendo egli ancora lontano, suo padre Io vide, e n'ebbe pietà; e corse, e gli si gettò al collo, e lo baciò.

21. E 'I figliuolo gli disse: Padre, io ho peccato contr'al cielo, e davanti % te ; e non son più degno d' èsser chiamato tuo figliuolo.

li. Ma il padre disse a' suoi servi- <Ìori : Portate qua la più bella vesta.

e vestitelo, e mettetegli un anello in dito, e delle scarpe ne' piedi;

ss. E menate fuori il vitello ingras- sato, ed ammazzatelo; e mangiamo, e rallegriàmci ;

84. Perciocché questo mio figliuolo era morto , ed è tornato a vita ; era perduto, ed è stato ritrovato. E si mi- sero a far gran festa.

Sft. Or il flgliuol maggiore d' esso era a' campi ; e , come egli se ne ve- niva, essendo presso della casa, udì Il concento e le danze.

se. E, chiamato uno de' servitori , domandò che si volèsscr dire quelk; cose.

87. Ed egli gli disse: Il tuo fratello è venuto , e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perciocché l'ha ricoveralo sano e salvo.

28. Ma egli s'adirò, e non volle en- trare : laonde suo padre uscì , e lo pregava d'entrare.

S9. Ma egli, rispondendo, disse al padre: Ecco, già tanti anni io ti servo, e non ho giammai trapassato alcun tuo comandamento ; e pur giammai tu non m'hai dato un capretto > per rallegrarmi co' miei amici ;

30. Ma quando questo tuo figliuolo, ch'ha mangiati i tuoi tieni con le me- retrici, è venuto, tu gli hai ammaz- zato il vitello ingrassato.

SI. Ed egli gli disse: Figliuolo, tu sei sempre meco, ed ogni cosa mia è tua;

ss. Or conveniva far festa , e ral- legrarsi ; perciocché questo tuo fra- tello era morto, ed è tornato a vita ; era perduto, ed è stato ritrovato. Tratta dalla sacra Bibbia

volgarizzata da Giovamni Diodati.

36

PARTE PftlMA.

DliLLETTO MlLA!IE8E.

II. Ch'era ón òm ch'^el gh** avevi dQ fio;

18. E '1 pussé gióvén de lór el gh'à dit al pàder: Pà, dém la pari che me tóca del fat nòst; e el gh'à sparti fora la sostanza.

18. De li a poc di, el fiS minor su tut el bolgiòt, ere gira fort in d'ón paés lontàn , e , in mane de quèla , r& butà via el fat so a fùria de baracà.

14. Dopo che avfi trasà tus- còss , è vcgnfi in quel paés 6na gran carestia , e lu T à comenzà a trovàss ai strcò;

i«. E rèandà, e 'I s'è tacà a vun de quel paés là, ch'el manda in la sóa campagna a cascia fora i porscèi.

le. E M sùssiva de impieniss el vén- ter confi giand,chc mangiàven i ani- mài; ma nissùn ghe ne dava.

17. Tornànd alóra dénter de lu, l'à dit: Quanti persònn paga in de pàder gh'àn pan a sbac , e mi chi crepi de fàm.

18. Levare sii, e andaró de me pà- der, e ghe dirò: Pà, I' ó fada grossa in facia al ciél , e in facia a vii ;

19. Mi sont pii dègn de vcss ciamà vost fl3; ciint che sia come viin di vòstcr servitór.

so. E levànd sii el s* è invia de so pàder. L' èva ancamò lontàn on toc , che so pàder el ved8 , el s'è in- teneri de compassióne el gh'è còrs in- contra, el gh'à tra i braS al col, e 'i r à basa su.

SI. El fl8 el gh'à dit: Bà, fada grossa in facia al ciél e ij^ facia vo- stra; mi sont dègn de'tèss ciamà vost fi8. V

ss. Ma '1 pàder dit tór : Alto, andèm , porte ci vesti , metighel sii , dégt mèt in dit , e di scarp et biòt;

ss. E mene fora el vitel | e mazzél, e mangèm e stè

S4. Perchè sto me fio eh e l'è resiiscità; l'era pèrs e E s' in miss a sganassà.

s«. Intanta el fio magiói a la campagna ; e in del sinàss a la cà. Fa senti a » a la pii bela.

se. E ciamà viìn d e 'I gh'à dimanda cesse gh'

57. Costii ci gh'à dit : É del, e so pàder V à fa ms tèi pii grass, per avèl rici salv.

88. Alora monta in voreva nanca andà de d^ pàder vcgnii fora 1u , e 1 a pregai.

89. Ma queP òlter Far pàder, e dit: L'è chi e che ve servi , e che no sfai vost comand; e no m'avi mai ca>Tèt de pastegià cont i

50. Ma dopo eh' è ton chi , che r à divora tiìt cont i sgualdrin, avi ma: in grassa.

81. Ma Ifi'1 gh'à dit: Fi set sémper insèma a mi, che gh'ó roba tóa;

58. Ma giano se podéva ( de fa ón disnà . e ón d perchè sto lo fradèi Pera resuscita; Pera pèrs e'I s'

D/ Gio. 1

rt. Ca om ti gV»ren fluì;

it. E1 glóvlD H ghè dite II ptder: 0 pàder, d«m quel che me vp;[i;eMi pàder el gb' >f partii el so.

II. E pavàl miga Unt lemp, stu lai (ài Mie M robe, e «e n'andè in on p>és bni lootàa , e ri bi tura luti , TiTénd da UberlèD.

14. E dopo d'ave avìit lui coiuQ- m*i. è vignul una graii talMiria In qatt PM9, e eonw&iàt aMnle la fu;

i(. E lai sii, e 1 s'è miss a padroo «tu ud «iàr del sil.eb'el ■andai a fura a cmà i ròf.

la. E fb' è ligsùl Ad ^"uja de i ttn de le giaode di ròi ; na olsnun

IT. El gh'à pensai si,e Quanti sar\ ìlari gh'r in de Me pà- der, ek'i fbàn pan deslrasà, ■uri de Um.

<■. TBdaro«à,e aodarò da pà- itr, e fhe di«ara:0 pàaier ùl un tnn Bai ronlra dd riél e coaba de

■•.Hinràitimigad'e^sdaBàl voM hi ; dapès alMÌoe per voM sarvi-

vliuri: Presto, porlé^be i bei pa- gai, vestii sii, melighe ranci in dlt, e on para de acarpe In p^;

ss. MeDém sQei vedèi piimi- gru*, e scanèl, e mangiém e fém (e«l>;

14. Percbè sia Uiil 1* era mori e vk> aninò;el n'era pers e rem trovai ; e i àn conenial a méleH a tàvola.

is. L'alter dui el prim Tera a fura in l' i «■amp ; quand el vene sii , e 'I fiidè venèn a cà, el senti cbe i sudì- ven e cbe I eaniéven.

la. El ciamè vùn dH «arvituri, e'I ^hc domande tm^t fb^era de n6v.

tr. Que«I rbi el iibe respandè: É vif niit so (radè! , e vi pàder 1' à fil mauà el vedél el pasaè fra», perAc lomàl san e «alvo.

t*. Alora a andai In fiiria, e noi vorcva miga aodà drenU; ma Ti- goni fora so pàder , e r à rami «i "il l a pref ài.

ta. Ha lo , respQDdrnd, el tibc dl*è; , Cuardc , i èa Unii anni che ve fe d I MTillór, mi v ò Mttper ubcdtt, e mi ' mai giunca dal oaeairèt per sta eal

J tal M d

, el V

ttder dogiat;gb'r fbalml dcar, «gbècur» incontra, d teghe trai na le tirane al col . e 1 basai 11. CI fini el gbe dii«: O pàd> k & OS fra» mal eonln iM citi e

«Mal vwtt iiL II. >a d padir tt ghe di>e ai ur-

M. E adn«, cke •*» vmt M tki, cbe r a bi fura liU la ti» port Ma dele MraaldTiBe , T r tamit a ea , i mazut per la d «del pi bd. SI. Ma d imder d (b'a dH: a mi fi. fui . ti te f •cmptr ma mi, e «■( rr. eWgb'àmi là;

ss. Ha iàr*fMt%;i la «■ femi

c«a la M feM 4^^^^H e •«• I* Imiif l^^^^^^l

58

PARTE PRIMA.

Dialetto Comasco.

II . On omm al gh'k avfi du flo; 18. 01 miDÓr de sii dS Vk di a so

pàdar: Pà^ dèm la part che me loca a mi; e al gh^à la fo i part.

is. Poe dopo , ol flo minor , fa àu ol fagòt de tut cos9 , V è andà a viagià in d^ on pacs lontàn , e butà \ia tut ol fat so , vivènd de porccl.

14. Quand vu fa net de tut, vegnu ona calestrìa bolgirada in quel paés, e lu al s'^è trova in bisògn;

III. Dooca andà a servi in d'on sciór de quel paés-là, ch'el manda fora in d^ona soa campagna a cura i porcci.

te. L^avrév mangia volontera i giànd , che mangiàvan i porcèi ; ma nessiin ga na dava.

i 7. Alora, toma in sé, di : Quanti servito in de me pàdar gh^àn del pan a uf, e mi chi mori de la fam.

i8. Levare su: andaró da me pàdar; ga dirò: Pà, ò falà, ò ofTendii ol Si- gnór ^ e anca vu;

19. Sont minga dègn de porta ol nom de vòstar fio; clapèm almànc come vun di vòstar servito.

20. E dit^e-fat al solta in pè, e tamonà vers a del so pàdar. L'era ancamò de riva là,e^I pàdar, vedèn- dal de lontàn a vegni, abiu com- passióne e giò al gh' è curs incontra, al gh'à butà i braS al còl, e'I basa su.

11. 01 fi8 al gh' à di : , perdo- nèm , ò fal& , v^ ò offendu vìi e ^1 Si- gnor; no mèriti minga ol nom de vò- star flS.

ss. Ma ol pàdar ai s'è volta coi

servito, e, scià, di, porti bel vesti, mettigal su ; met di on bel anèl , e mettìgh para de scarpe;

85. E mazze giò on grass, paregè on bon disni stàgom alégar;

84. Parche sto pòvar flSl e ancamò viv; Fa vìa pe dil chi. E s' in mcttu drè a

stt.L'òltarfiorerafoin e e iu del torna, quand st a cà, senti a sona e a e

86. L'à ciamà viin di sei gh'à domanda, cosa i^era frecàs.

87. E al gh'à respondS: a so fradèi , e 'I so pad mazza on vedèl di piii gras torna san e salv.

88. A queschì alora gh'è schizzi , e '1 voreva minga dent; donca ol pàdar bo de fora Iu, e scomcnzà

88. Ma lu al ga diseva: Il bon tanti an, v'ò sèmpar iibi e per tut ; e m' avi mai d'on cavrèt de god insemaai pàgn;

so. E sto slandrón , che via tut coss coi strasciòn, al ^ e subat giò se mazza on ved* bei.

SI. Ma Ili al gh'à rcspondl me flS , ti t' à sèmper sta a tut quel che gh' ò mi P è

S8. Bosognava ben che fa zig de letizia, parche ol frc mort ere risciuscità; Tcra torna a cà.

P. Giuseppe 1

0K1.ETTI IMBARDI.

39

Dialetto di G tosto (f^alleUinete).

1 1 . Al gh** è staé un òmen eh* el gh'éva maltèi;

18. El pussè pisccn T à di£ al pa- dri : Padri, dèm la mia part de quel Cile mHòca; e lu el g^à partì la roba.

13. Dopo un pilt de tcmp^ el pùssè gióen r à ramascè tùtt quel eh' el gh*éva, e andaé in tTin paés lonfàn^ e ilo Vk consumè tuta la soa fagolfà^ a viver Insi da ligòz, e andà a iNidènt.

14. E sùbet che Vk blu consumè tùtt, r è vegnu in quel paés una gran fam; e ilora V k seomensè a prova una gran barlocea ;

fl ft. E andaé faméi in bàita d'un sa'ór de quel paés. e a'I Vk manda in fi se lòo a pastura 1 porscèi.

16. E 'I s' è ridùé tant in miseria , che Faréss majè fin i giànd che ma- Java i ción; ma negun gh'én dava.

i7. E tornè in stess, e i'à dio: Quané faméi , che màngcn el pan in che del me padri, e mi chilo mòri de la fam.

18. Vói tom ìa de chilo, e vói an- dar in che de me padri , e vói dìg : I^dri , mi ò pechè centra el siél , e contra vii;

19. No son miga dégn d'esser ciamà per vos fiól ; ma mettèm bessì nel nu- | mer di vos faméi.

80. E leve sfi, e andàé dai padri ; e denént eh* al vnéss a che, el padri el V k vedù un bel toc da lontàn; e! s'è metti a compassión, ci |Vè andàé incontra, e '1 Vk brascè sii.

ti. El fiól ilora el gh'à di£ al padri : Padri , mi ò pcchè contra el siél , e V ò offendù ; no son miga dègn da èsser ciamà per vos fiól.

88. Ilora el padri l' à die ai ser- vidór : Andén prèst ; tolè el pùssè bel vestì che gh'è in che, e mottèghi su ; porte un anél e mettèghi su; meU tégh su anca un bel para de scarp;

8A. E tolè un vedél grass, copèl, ch'em p«ssa mangiar e fa festa;

84. Perchè sto me fiól Téva mort, e adéss resuscitc; Téva perdù e r ò trova ; e i à seomensè a fa una gran festa.

8«. flora el fiól pussè vèò, che Pera in t' el chèmp, e eh' el tornava a che, sentì a sona e a canta;

86. L'à ciamà ìin servito, e al gh'à domande cos^ che Téva quel boT- deléri.

87. El servito el gh'à die: El fra- dèi torna, e '1 padri l'à copà ìin vedèi grass , perche el V k trova san e salv.

88. E lu ciapù tant la ràbia , ch'el voleva miga andè in che; ilora el padri andàó fò. e seomensè a pregai, che Pandàss int.

89. Ma lu el gh'à respondu: Vii séf, che v'ò servi tanè agn, e no v'ò mai fa£ gnà cria contra quel che coman- dàov , e no m'é mal daó bessì un chis- sòt o ìin caurèt, che podèss mangiai coi me compàgn;

30. E quel alter vos fiól , che l' à fornì tuta la soa pari a vìver da lùs- siirins, per lu éf scanà iìn vedèl grass.

SI. Ilora el padri el gh'à dio: Véta, el me fiól, ti set sèmper insèm a mi, e quel che gh' ò P è ;

38. Ma adèss ò de sta alégher e fa pasl, perchè sto fradèl Péva mort e resiiscitè; Péva perdii, e Pèm trova.

N. N.

^0

PARTE PRIMA.

Dialetto di Bormio (f^aUelUnete).

li. Un òmen el gh'avéa dòi fidi;

is. E M più giòen de qui al gh'à dit al : Pà, dam la pari de roba che me toca; e lu ^1 gh^à sparti la roba.

18. E poc di dop, mess inseina tot^ al fiòl più gióen l^c in un paós lon- tàn , e sciòlt al fat , a far al putanòir.

14. E dopo che avù consuma tot, vegni fora una gran penùria in quel paés, e Vk scomenzà a sentir la misèria;

I «. L"* è , e '1 s** è metù con un de qui de quel paés, ch^cl manda fora in un loc a past coi porcèi.

i6. E ^1 desidcràa de implenìss ol se vcntro deli gianda, che i mangiàan i porcèi; ma nigùn i gh'en dàan.

17. llora, torna in stess, dit: Quang lorènt in bàita del me i gh^àn pan finche i n' vólen , e mi crapi de la fom.

18. Toroi su, e varòi col me pà; e ghe diroi : , èl fèit mal contra al Signor e vers a*ti;

19. Ne som più degn d'esser ciamà fidi; accètum come un di tòi lorènt.

20. E P à tòit su , e r è vegni del pà. Quand che V era anmò de lontàn, al al V à vedù , e '1 s' è movù a compasción , al gh^è cors incontra, al gh'à butà i brèó al col, e '1 Tàbaià su.

81. llora el fiól al gh'à dit: Pà, èi fèit mal contra al Signor, e vers a ti ; no som più degn d'^èsser ciamà fiòl.

82. Ma al al gh'à dit coi servi-

tór : Porta de long al più bel vestì , e metédighel adòss, dàdigh un anè in dèil , e calza e scarpa in di ;

88. E mena eia un vedcl ingrascià, e mazzàdel; mangèmes e stèmes ale- gri ;

84. Perchè sto me fiòl Pera mort e resuscita; al s'era perdù e tro- va; e i àn scomenzà a godéssela.

88. Intant al fiòl magiór Tera fora per i camp, e in del vegnir a pròs a bàita , r à senti a sonar e cantar.

86. Era ciamà un dei faméi, e 'I gh^ à domanda cosa che Pera sta roba.

87. E quest al gh'à dit: Ve vegnù al fradèl , e '1 P à mazza un vedèl ingrascià, perchè P è torna san e salv.

88. llora l'à ciapà la rabia, e '1 vo- lea più ir int in bàita. Intani vegni de fora al pà, e P à scomenzà a cercai.

89. Ma lu, respondènt, al gh'à dit al : Ecco , tant temp che te servi, e no V èi mai disubedi ; e no te m'as mai dèit gnanca un cabrèt per godé- mela coi me amis ;

30. Ma apena che sto fiòl, che maglia tot al fèit coli putana, vcgnì , V sA copà per lu un vedèl in- grascià.

81. Ma lu al gh'à dit: Fiòl, ti Tei scmpri co mi , e tot quel che gh' èi mi té;

38. L'era ben necessari de mangiar e béver e star alegri , perchè sto fradèl Pera mort e toma viv; Pera perdù e trova.

N. N.

DUl.ETTI LOMBARDI.

41

Dialetto di Li\ig?ìo {f'aileUinese).

il Un om ddi mare;

is. El più sción de sii ddi Vk dit al pà: Pà, dcm la part de Teredi- (à. ch''al ma podrò tochèm; i*I gi Vk dèi la.

is. E dopo ben quài dì, messa in- sema fola la soa roba , el più sción de stl mare V ara sci in un paés de Ioni, e iglià Vk fèit ir tota la soa roba con una vita lussuriosa.

14. I dopo che fcit ir tot, Tara gnu in quel paés una gran cristìa, e anca lu Fa comenzc a sentir la fom;

ift. E Tara partì , e Tara sci iglià d'un sittadin de quel paés; i l'à man- nela soa vila a ir past coi porcèlgl.

te. E M desideràa da emplis el see ventre dli gianda ch'i mangiàan i por- cèlgl; e nigùn non g''en dàa.

17. Entré in stess, dit : Quanti mercenari i ne la bàita de me i a- bóndan de pan , e mi chiglia a mori de fom.

18. Luerèi su, e varrei dal me , t gli direi : Pà, éi offendu il cél e anca vò;

19. Già no som più degn d'esser dame vos mare ; tolém come un dei vòs mercenarii.

10. E alzé su, l'ara gnu dal see pà. Quando Para cmò de Iòne, vedù el see , el d* ara féit pigé, e Fara sci a saltèl intórn al col, e bascèi su.

11. I sto ligUòI al gi à dit: Pà^ èi oflendù il ciél. e anca vò; già no som più dego d'esser dame vos mare.

tt. Il poi al gi à dit ai sèi ser-

vitór: Fét de bot a portèm la vest più bella, vestii, e metèi in di li man Pé- nèl , e li schcrpa in di ;

8.%. Mene chiglia un vedél Ingrascé, mazzèl , e mangcm e banchetém ;

24. Pergié sto me marò Fara mort e Fc resuscito; Faraperdù e Fc stèit troé; e i àn comenzc a banchetér.

2«. El marò plu vcgl Fara nel camp, e quand ch^el vegnò, e eh ''ci s' à fa da pros a la bàita, Fa senti a sonér e cantér.

86. I Fa dame un dei sei scrvitór, e 'I gi à domande gi ch^ a F ara sta roba.

87. El gi à respondù : V e gnu el fradcl, e^l mazze un vedèl ingrascé , pergié ch'a troé san.

88. Lu Fa clapé la rabia, e noi volò brig entrér ; el see |>ò F ara gnu de fora , e F à comenzé a preci.

89. Ma lu Fa respondù al see a sto fogia: Ecco, che mi tenj^ eni ch'ai v' servi, e no v*èi mai disubldi; e no m'ét mai dèil un be^ da godei i nsema ai mei amis ;

so. Ma apena sto vos marò, che maglie tot al coli meretrici , F è gnu, i et mazze un vedèl Ingrascé.

31. Ma lu al gi à dit : Figliuòl , ti t' eft chiglia con mi , e tot el me F e enea tè;

Si. L'ara convenienza de nan- gér, e »tér alegrì , pergié sto fra- dèi F ara mort e F è resiucit^ ; 1' ara perdù, e *tèit troé.

h^

PARTE PRIMA.

Dialetto di Val Prbgallia (Canton Grigioni FaUellinete).

11. Un òm veva dui fi;

12. X più giùvan dgét con se bap: Bap^ dam la me pàrt da roba; a U lur Spartii i ben.

18. A poc di drè, cur ch^al più giùvan vet tùt quant roba^à , al gel davònt in un pàés lontàn, a 1 dis- sipai la roba, menàntnavita deS- mesùràda.

1 4. A cur eh' el vet tùt fai andà , al nit na gran famina in quel pàés , a '1 Scomanzàt a senti la misèria ;

1». Alura'l gèl, a s'metét al scr- vìsei per un da qui dal pàés , eh' il mandai in V i fond à cura i porè.

le. A M vés dgiù gùdgénl da s'podé sazia da quel ch'a mangiàvan i porÒ; ma nàgùn n' i an deva.

17. Ma, s'impensànt pel stess, al dgél : Quanti mersenari àn in la da me bap gran bundiànza da pan, a i mor da fam ;

18. 1 m'voi leva, a andà ter me bap, a ei dgéra: Me bap, i à paca contrai sèi, a dinànt da té;

19. À i no son più degn d'esser noma fi, tràtam pur §cù un di mersenari.

so. A s'ievàl dune, a nit ter bap; a niànl, àne da lune, bap la vdét, a 'n vét cumpasciùn , a i curànt in- cùnter , & s'bùtàl al col , a '1 bù- ciàt.

SI . Ma '1 fi i dgél : Me bap, i à paca contra '1 sei , a dinànt da le , à i no son più degn d'esser noma H.

ss. A '1 bap dgét con I so faméi : Porla ài più bel vaSti, à i ài tràdge enl, à meléi un ànèl ài del, a dàlan scarpa ai ;

ss. A menàm l'avdél grass, a maz- ^à1 , à 'I mangiàm , faiànl bela vita ;

S4. Perché eh' a qucst me fi era mori a l'à resuscita; l'era perds, e l'à trova; a i scomanzàtan a sia ale- gher.

s». A '1 più vél di fi era fo i camp, a s'relurnànl, a niànl ver la casa , ài sentii i son a i cani.

56. A clamànl un dei faméi, al do- mandai cur eh' l'era.

57. A quesl ài dgél: l'à ni te fra, à te bap à mazza l'avdél grass, per- chè ch'a'l trova san a frii.

58. Ma '1 ciapàl la rabia, à no volél andà enl; à'I bap, niànl fora, a'I pregai d'andà enl.

59. Ma'l respondét, a dgél con bap: Ve , i l'a servi lànci an, a mai i no à manca ài comànd; a tùt-ùna tu no m'à mai daó iin càvrèl, da fa bela vita con i me amie;

30. Ma dalunga eh' aquésl fi , eh' à fai andà la roba con ftlétan femna, a ni, tu i à mazza l'avdél grass.

81. A '1 bap ài dgét: Me fànS, tu à aduna pel gè, à tùt la me roba a li5;

ss. Ma A s'nit fa bela vita, a sta àlégher, perché ch'aquést le fra era mori, ma l'à resuscita; l'era perds,

ma l'à trova.

Tratta da Stalder.

DIALETTI LOMBARDI.

43

Dialetto di Val Maggia {Ticinese),

11. U jera un um con du losói;

it. El più piscèn de quist dio al padri : Atta , dèm al me part da quel che m' toca ; e r a fèó i divi- sivi e a gh** l^à dèci.

15. Da a poc, 1^ à ramassào el faé su , e u s"* n^ è nèé in pais da luni , era raffabiào tiitt coss vivènd da pòrc.

14. E dop chTà bili fèé net, vegnù in quel pais una gran carestìa^ e comenzào a senti la sgajosa;

ift. E l^è nèé , e l'*à scercào aprèss a un sciór da quel pais, e quest u mandào al bosc a cura i pori.

fl 6. E u scercava da mangia i giand, rh'a mangia i porS; ma i nu gh'dava gnanc da quii.

17. Alora capi quel che Peva fèé , e u diseva : Quanci servitù r in d' me padri i mangiaci pagn da tocàl col dit, e mi son chi a crepa da fam.

« 8. Mi voi leva su , voi 'ndà d' me padri , e voi digh : Alta me , a i ò man- cào col Signor e con vùl ;

19. ia mi no mèrit più d' css te- gnu per vòs fio; tegnim come vùgn di vòs fent.

10. E u s"* è tié sii, ere nèò dal padri. Quand l'era ancmò da luni, el padri u T à vedù , e u j è nè£ un «què al cor, e u j è corìi incontra, u j à biitèó i brai al col , e u basào.

SI. E'I flò u j à di£: Atta bugn, mi i ò mancào col Signor e con viji ; ik no mèrit più d'css tegnù per vòs fio.

«2. El padri V à die ai servitùr :

Prèst, tugi scià el piii bel vestid, me- tighel sii, dèi Tanèl in dit, e calzèl sii ;

85. Mene chi siibat un bel vedèl , tugigh'cl sangu, mangèmal, fèm un debùS;

24. Parche stu me flò Tera mori e r è risiiscitào ; Tera perdii e u s' è truvào. E i smenzava a mangia ale- gramént.

85. Intant el fio majù Pera in cam- pagna, e quand ch'o vegniva , e T è stèò aprèss a , T à sentit a sona e a canta.

86. Era ciamèó viign di servitiìr, e u j à domandào: cu jèl, ch^ajè du nuf?

87. E Ili u j à die: L'è rivào tu fre- dèl, e ratta tu V à mazzào un bel ve- dèl pel bugn arif.

88. E Ili vegnii inlè, e u nu vole- va gnanc' andà'n cà; su padri doncaTè vegnù fora, e smenzào a pregai.

89. Ma lu rispondii a su padri: V è tant temp che mi serviss a vù, e nu v' ò mai disùbidìt in nuta ; e nu m' i mai dèe gnanc un da sta un alégar coi me amis;

50. E dop già stu balàndrug de vòs flò, che fè£ salta tiit-coss coi su slandrin , à gh' i mazzào el piii bel vedèl.

51 . Ma Iti 0 j à rispondii: Sent, el me flò , ti ti sempro con mi , e quel eh' è me tò;

58. Ma u sMoveva fa un debùS e un festign, perchè stu tu fredèl Pera mori e rcsùscitào; Fera perdii e u s'è truvào.

Tratta da Stalder.

4*

PARTE PRIMA.

Dialetto di Val Verzasca (Ticinese).

11. Un òmen ul glrieva dti fio;

12. El più ponzèl de sti u gess al pà: Pà, dam er part der me robe ch^ a m^ ven^ a mi ; el u* ì divide , e de long u gh'dc er part.

15. Dagnò a poic dì, ci più ponzèl el se tire el tut sot lui , e '1 s' en giè da lontàgn , dove el bordigò er so- stanze malamént con or bozerre.

14. Quand u ìa biu maghiòu ol tut, in qui part u vigne una gran care- stia, e cominsic a baia biodi;

15. L'è nèié ad atacàss ad una d^ un ben starènt de quel paés , e o mandòu a pastùrgà i purghi.

1 6. a r auréss volù impini er bùseghe d^èr coróbia, che magbiàvan i porsèl ; ma nessiìn i ghMàvan brig.

17. Finalmént, avènd riflctrì, uM dis: Quenó faméi in er me i màghien assessèn , e mi assidi qui d^er fam.

1 8. A vùi leva , e pu a vùi dal me pà, a gh^yùi di: Pà, ò pccòu con- tra cr siél e contro ti;

19. Mi ne sont pili degn d'esser ciamòu fio; fam servizi de mètem cogli tuo faméi.

so. El s'è vultà intani, e vegnù con er pà. E! era agmò da lun^ , el so u '1 vide , o s' è metù in com- passión , corù a vctàs sul ciùl , e u pasciòu sii.

21. Fa, u gh'dis el filiu, ò pecòu contra er siél,e conlra ti; mi ne sont più degn d'esser ciamòu fio.

ss. Ma'l u gh'dis al so servì- dór : Porte chilo una sgiaghe er più

boriola , e vestii , metìgb nel dit ù anèl, e metìgh su i calzèi ìq d'i p<

ss. Menègh fuori un videi grass, strùbièl giù, maghièm e stèm alegr

S4. Perchè sto mi fio l' era mort e torna a viva; l'era perdù, e s' è trovèiè ; e 1 àn incominsià t i festìn.

stt. Intànt el fio majii, che l'era i er campagna , V è tornèiè , e quan l'è stèìò apro d'er cà, l'à senti eh sonàvan e cantàvan.

se. E domande a vùgn di so sei vitór: Quel ch'i fan in mea?

57. U gh'dis el servitór: Qui 1' vegnù ei so fradèl , e '1 so fèi mazza el videi più grass, perchè V ricùperòu el figliu sagn e sald.

58. Quest ignora rabiòu u n'ia voi più en er cà, e Io l'è nèié fon 0 metù drès a pregai.

sr. Ma lui u gi à respondù al Guarda , quenò agn V è che mi son e servizi , ades son stèlo er to ce mandamént ; e ti m' è mai dèi£ ù Jori, perchè stàssom un alegro co i me amìs;

80. Ma r è vegnù el fio , che à già maghiòu tut er so part d'er roh con i pittàn , e ti ti fèié strùbi giù er videi er più gràss.

51. El pàu gh'à respondù: Fio, t ti sempr stèié con mi, e tut el m retò;

32. Ma bentava eh' a stàssom ale gri , e che a festegiàssom , perchè e fradèl l'era mort e l'è torna a viva l'era perdù e'I s'è torna a trova.

Tratta da Stalder.

DIALETTI LOMBARDI.

Dialetto m Val-Levesti!«ia {Ticinese).

11. In seri' òm r à avùt diii fiòi ;

12. 0 pùssè giòvan de chi r à di£ al : y dam la me part d'ia roba ch'om'vegn; e lui dividùt a lo la roba.

is. E passò mìa tene di, cssènd ùnìt iùi, 0 fio pùssè giòvan ned in paìs lontàn, e ignò trèó via o fc£ so col viv da scandalós.

1 4. E quand 1' a consumò tùtcoss 0 stèé ona gran fam in chel pais e comcnzò a avèi bisògn;

fltf. L' è nèò via, e o s'è mess da iin abllàni de cbel pais, ch'o man- dò in o so log a pascolò i animai.

16. El voreva impini la so busecia dei giànd ch^o mangieva i animai, e nissdn o j an deva.

i7. Essènd nió in sé, die: Queni faméi in eie d^ me vànzan pan , e mi mòri da fam.

18. knC levare e varò dal me pà, e a I dirò: Pà, ò fèÒ pechèt contra '1 siél e contra ti;

19. Giè son mìa degn d' èss clamò fio; fam com' un di faméi.

20. E, levàndos. nè£ dal so pà. Lssènd amò begn da lon&^ o o vist; e 0 s^è moss a compassiòn, e, nasèndoi incontra , o i è cadut a col. e 0 l'à basò.

SI. 0 fio o i à die : Pà, ò féé pc- cbèt vers o siél , e vers a ti ; giè mi son mìa dego d'ess clamò fid.

22. 0 die ai so faméi : Prcst , porte 0 prim àbat, vestii, e dèi Panel In la so man , e i cauzèl in ;

25. E menèi un videi grass, mazzèl, mangèm, e stcm alégar;

24. Parche sto me fio Fera mort e r è resussitò ; V era perz e P è stèé trovò; e àn comenzò a mangè.

2«. 0 so fio pùssè vèè r era in i camp; essènd nlé e avisinò a la eie, sentùt a sonò e cantò.

26. L^à clamò un di faméi, e o i à domandò coss''éran sti rob;

27. E chest o i à did: L'è nió o f radei , e o P à mazzo un videi grass, parche o trovò salv.

28. 0 fio 0 s'è rabiò, e o voreva mia ind; o so donc niòfò^ e comenzò a prcghèl.

29. Ma lui olà rispondùt, e die a so : Èccomo , mi at' servisi tene cgn, e ò mal mencio ai òrdan; e te m' è mai dèe un ciavrèt par stè alégar coi me amis;

30. Ma dapós che sto fio , eh' o P à divorò la so part coi féman , l' è ni£, e Pa i è mazzo un videi grass.

51. 0 i à dio: Fio, ti P a sempra con mi, e tùò i me bègn in toi;

52. E convegnlva mangè e stè alé- gar, parche slo f radei Pera mort e P è resussitò; Pera perz, e stèé trovò.

Tbatta da Stalder.

ho

PARTE PRIMA.

Dialetto ni Val di Blenio {Ticinese).

1 1 . Uq um 0 gh^ èva doi fant ;

12. E r^ à dio ol pu piscén de quilfi al : 0 pà, dèm ra part dra roba ch^o mUoca; e o gh' à sparti ra roba.

18. E dMi a poc di^ miss insèma tuo cusS; ol fant pu piscén o i^è naÒ viagiànd n^ ugn pais lontàgn, e r^à biitòu via ol faé so, vivènd in ba- gùrd.

14. E dapù eh' r' a bili consiimòu tuo cuss , r"* à faó na gran carestria in col pais , e corù r' à menzòu a css in nessistà;

i«. E r'è naó, e o s'è miss con un zitadin d' col pais ; e U ra mandòu a ra soa campagna^ a pass i pdr§.

16. E o bramava d'impi ol so bo- tai d' il scorsa eh' majàva pori , e onziign gh'an dava.

17. Ma lù^ tornòu in stess , r' à die : Quanó faméi in dol me i gh'à pagn a sbac,e mi chi sbasiss dra fam.

18. A m'drizrò, e narò al me pà, e gh' dirò : 0 pà, ò pecòu contr'or scéi e inass a voi;

19. Mo n'sun mia dègn d'ess cia- mòu vusi fant; fèm cum vùgn di vust faméi.

80. E 0 s^è alzòu , e r' è nòu da so pà. 1^ r' era anc'amò lontàgn , che so o r' à vist , e 0 s' è mòss a compas- gión, e corènd, o gh' e saltòu al col, e o r'à basòu.

SI. E ol fant 0 gh' à di£ : 0 pà, ò pecóu contr'or scéi e inàss a voi ; mo n' sun mia dègn d' ess ciamòu vust fant.

ss. Ma ol r' à die al so faméi Prèst, tirèi fora ol iupógn dra festa e mettèigrindoss, e metèigh' ùgn ani in dèit, e i calze in pè;

ss. E tirèi fora ol vcdil ingrassò» e mazzèl, e majèm e fèm past;

S4. Che sto me fant r'cra mòrt, < r'è resussi tòu; r'era pers, e r'è tra vòu; eia menzòu a fa past.

stt. Intratànt ol so fant majó o r'en in campagna, e quand r'è tornòu, < r' era arènt a , r' à sentu ol sang < ol bai.

56. E r'à ciamòu vùgn d'ilg faméi e 0 gh'à dmandòu cuss i era sti cuss

57. E corii 0 gh'à dio: Vust fradii r'è tornòu, e vust r-à mazzòu ol vedii ingrassòu , perchè o r' à rico- vròu sagn e salv.

58. E 0 gh' è gnu ra ràbia , e nor vuria mia in cà; donca so pà, ve- gnu d'fò, r'à menzòu a prega.

59. Ma , rispondènd , r' à did a so pà: A ra fé, da tanè agn mi a ov' sèrvia,e n'ò mailg trapassòu un^ vust prezèt;email^nom'èi daÒ un^ cau- rèt da fa past coi me amis;

so. Ma dapù che sto vust fant, ch*Pà majòu ol faò so coi sgualdrìgn , r' è vegnù, ì mazzòu per ol vedìl in- grassòu.

81. Ma 0 gh'à did: 0 fant, ti l'è sempra con mi , e tuta ra roba mia r' è tòu ;

ss. Ma zugnava be' fa past e sta alegro , che sto fradii r' era mort, e r' è resùssitòu ; r' era pers, e r' è trovòu.

Tratta da Staldeb.

DIALTRI LOHBAIUM.

47

DuuTTO DI Locamo ( Tiein^e),

il. On um avut Ilo;

fls. E '1 più gióvan da costór o gh' à di al pàdar: Pà, dèm la mea part eh' a m'Ioca; e '1 pàdar o gh'à fai fora i part.

is. Da li a poc di, dop che Vk mettu losema tutteòes, e! fio più giò- ran o s'è toÌ sii, e o s' n'andai vìa lontÀD, e li l'à fai balla tùtteòss in stravlxzl.

14. E p5 quand Vk avdl flnit da igùrà tant com'o gh' n'ave\'a, l'è vcgnoda òna gran carestia in quel paès, e lu l'à eomenzàt a sentislain dieost;

i«. O 8' n^è dune* andai, e o s'è ta- eèt adrè a òn sclùr da quel paés, ch'o maDdàt in d' ona sova vlUa a cura i poneèi.

flt. E costii 0 vorèva pur anc po- dèss Intesnà la bùsecea con qui gian- dasse eh' a mangiava i porscèi ; ma nissoB a gh' an dava.

17. Alora l' è tom&t in stess , e l' à di : Quanta servitonjs in d' me pàdar la noda in la bondanza, e mi intani eh' insci a crèp da fam.

18. A voi propi tom su, e andarò dal me pà, e a gh'dirò: Pà, arò propi faja grossa col Signor e con vu ;

it. Ormài a no mèrit più da vess damai vosi ilo; lem come vugn di vo8t servitùr.

so. E, tojèndas su, l'è vegnut dal so pà. Quand p5 l'era ancmò lontàn, ora vedùt el so , e 0 s'è movut a compassiógn, e, corèndagh 'incontra, OS' i gh' è buttai sul coli, e o 'I basa sii.

11. E '1 fio o gh' à di : Pà, a T o propi bji grossa col Signùr, e con vù; ormài a 00 mèrit più da vcss ciamàt vosi fio.

ai. Ma el pàdar l' à di ai servitùr: Presto, porte ehi el più bel vestìd, e vestil-sù, mettigh l'anèl in dit, e i scarp In pè;

ss. E mene scià ón vedèl ingraS8àty e mazzèl io, e mangièm, e fèm past;

84. Perché sto me 115 l'era mori» e l'è tomài In vita; l'era pers, e o s' e trovai. £ U I s'è mettùd adrè a fa past.

88. L'era mo el so fid maggiùr In campagna, e In dal vegni, e In dal vi- sinàss ala cà, l'à seniid a sona ecantà.

88. E l'à clamai ón servitù», e o gh'àdomandài quel eh' l'era sta roba.

S7. E costù 0 gh' à di: L'è vegnùd el vosi fredèl, e'i vosi l'à maz- zàd io ón vedèl ingrassai, perchè l'è tomài salf.

88. L' è donca andai In colera, e o no voreva miga andà in cà; però vegnù fora el so pà, e o s'è mettùd adrè a pregai.

88. Ma costù, respondènt, o gh'à di al so pà: Ecco, I è già tanci an che mi a r' stag in obedienia, e a no son mai andai fora óna volta dal vosi co- mànd; e a m'i mai dal ón eavrèi par sta ón alégar eoi me amis;

80. E in scambi , apena eh' o l' è rivai sto vosi 06, che l'à consumai tùt el fai so col straftàn, a gh'i maa- zàd io ón vedèl ingrassàt.

SI. Malù o gh'à di: Fid, ti te sèmpar con mi, e tùt el me l'è tò;

38. Ma bisognava la past, e sta alé- gar, perché sto fredèl l'era mori, e l'ètornàt in vita; l'era pers, e o s'è trovàt.

Tratta da Stalder.

«8

PARTE PRMA.

Dialetto d' Intra {yerbanese).

il. Un òm u gh'ere fidi;

18. BU pùssè pinìn u gh^ à die al 10 pa: 0 pa, dèm la meja part eh* o m^ Iucche. E lui u gh^ à Ipartì la fostanse.

is. Da ino a poedi^ul pussè pinìn r a fa£ su mi fagòU, e nàé lontàn, e u s^è mettiì a stranagià, mac- ciànd e bevènd mèi.

14. Dopo bu£ M ul fai so, r è gnu una gran carisiie in cól pa- Jet, e la gh^ nava ma alla gran palane;

15. Quand u n^ gh a più d^dané, na6 da on selór d^ còl p^ès, eh' u r à mandò a mia suva vigne a cura i poncèl.

la. E Peva tanta la ghèine cb^u pative^ ch^ I sarèssan staé bun i gian- darògol di porecèi; ma gnanca d^quii i gh^an dèvan asse.

i7. U gb* è gnu in ment, e i^à di£: Quant servitù in c4 dui me 1 gb''àn pan fin chMn vólen^ e mi cbi crapi d'fam.

18. A tomarò a e2i dui me pa , e a gh* dirò: Al me pà, a som stai un §ran balossùn;

19. A n^ mèrft propi pid eh' a m'te- gnighi par fl6; fèm fa ul servitù.

ao. E fai e di£ r è tornò a eà. Quand staé a un scert post^ ul so pa u r è vist, u gh^ à compassiùn , u gb^ è curù incontro^ u brasciò, u V k basò su tùtt.

ai. E ul tus u gh'à diÒ: Car pè^ a som stai un gran balossùn; a n' mè- rli propi più eh' a m' tegnighi par fio.

aa. E '1 l'è domandò 1 servitù «

e ul gh' à dii: Presi, i^ 1 pago più beli, vistil, mitìgh su i anèi, e calsèl ;

aa. Corri , mazze ul videi più grass, maccèmal, stèm alégar;

94. Parche sto me tus l'èva mori, e rlsciùscitò; a l'èvom perdù, e a l'èm tornò a trova. E i àn comensò a porta in tàvole.

2«. Ul fio maggior u l'ève in cam- pagne, e in d' ul torna a cà, Ta senti a sona e fa festìn.

aa. U gh'à domandò a un servitù, cosse l'ève cól catabùi.

a7. E cól u gh'à dio: Catti L'è gnu a so fradèl, e ul so l'à fai mazza ul videi più grass, parche tornò san.

sa. A senti insi l'è gnu rabbie come un can, e u n' volevo mia gni In cà. Ul l'è gnu lui, e u gh' nava adré com i bun.

ao. Ma lui u l'à rogante su: L'è tani agn ch'a som in cà, a n* v'ò mal disùbidi ona volta, e a n' m' ì mai dai gnanca un cravètt da sta un alégar com i mei compàgn ;

ao. Ma quand l' è gnu còl ch^ à Diac- ciò tùtt ul fai so com i pelànd , a ì subii fai past, e piantò fistin.

ai. E ul u gh' à rispondù: Seni, ul me car tus, ti ti stèl sèmpar chilo con mi, tùtt col eh' è me l'è lo;

aa. Ma l'èva di f iùsl da sta un alégar, parche sto lo f radei che l'èva mori, l'è risei uscito; a l'évom perdù, e l'èm tornò a trova.

N.M.

DlALEin LOMBARDI.

«0

DiALiTTo 01 BoRGOHAHuo ( f^eròaneic ).

11. Al ghièra na botta un òmu, e VÌYZ du mattig;

19. EU più zuvnu du cusói Vk dio unse a so pari: Pari, dcmiM me tocu ch^a vènmi ; e Vk sparté fóghi la roba.

is. Da poc tempu, ust matu V k Urà riva tut cui eh^ V tra tncàghi , e naé via a stimma luntàn luntàn, e r à mangia n fat so con al svaldrini.

i4.Equand blo^ngualà tut cussi, l'è gnòghi na gran carestia *n tu cui pùsu, e Ili smanzà a véi da bso- gnu;,

15. E naò ina, e tacassi tacà n*omu cu siti là, cli^ i^à mandàiu a vardè i purlei in t^ la sd campagna.

16. E riva vòja d'ampini la panfta dal' glandi ch^ i mangiavu I nimài ; ma^nzun dàvagu.

17. Quand bid Urà càn co, dio unse tra d'iu: Quanci sarvitùl a d'irne pari 1 àn pan fin chM vòlu, e me chilo I crapi dMa fami.

18. 1 lévarò so, e i narò d^ me pari, e I dlròghi: 0 pari, i ò offando al Signor, e vii;

10. 1 n'merti pio da vèss clama Tost 115; tignami come un di vost sar- vitùl.

to. Al leva so , e U va da so pari. VertL "^ncù luntàn, che so pari vù- stulu, e santossi a pianiiM cor, e nàcinghi'ncuntra, l'à ciapàlu'n tal colo, era basa solu.

ai. E M fio r à diciughi : Pari , 1 ò offesu al Signor, e vù, i n' merli piò da vèss dama vòst fio.

ss. Alora U pari diciu ai so sar- viiìii : Pràstu , porte Sa la piii bela

casacca , e mattò sogla ; mattèghi 'n di 'n aneli, e cauzèlu;

ss. E subtu'n bel vide, mai- zèlu , mangiuma , e fuma na raccon- chiglia;

%4. Parche ust me mattu rera m5r- tu, e risuscita; rera persu, e I ò truvàlu. B I àn smania la iavaròtta.

25. Al priimmu di du mattai rera *n V un campu ; e 'n r al gni , quand sta£ a riva, santo ch'i sunavu, e chM cantavu.

ae. V à clama un di sarvitùl, e dumandàghi, cud rera sta roba;

S7. E cui sarvitù die unséghl: L'è gno vost fradè, e vost pari faò mazze 'n vide bel grassu , par al gùstu da vèghilu san e saivu.

88. L^è gnòghi la fotta, e ruriva gnanca 'n cà. E inora l'è gno so pari, ora smanza a préghèlu da denti.

88. Ma lu, rispondènti, r à dio a so pari: Eco, ino tan£ agni ch'i ser- vivi j, e I 6 mal disobidéwl 'n bottu, e vu i mal gnanca dàciumi 'n cravic- chi , eh' I podiss 9tè légru con i me amisi;

so. Ma dapussu eh' l'è gno stu, eh' r à mangia tut cussi cun al plandi, i mazza 'n vide du cu'ngrassà.

SI. Ma die unséghi: Abba pu nutta; rè'l me caro^ e tut cui ch'i ò, tut cuss io;

ss. Ma a n' s'pudiva parò d'man- cu da sté légri, e 'n bel dlsné, par- che to fradé rera mòrtu, e risu- scita; rera pérsu, e staó truvà.

Nicolò E. Cattaneo.

80

PARTE PRIMA.

Dialetto Bergamasco.

fi. Sn òm el gh' ia <tu fidi;

19. EU pi5 zùen de lur V k dèa a so pàderiTata^dèm la porsiù deso- stansa ch^el me teca ; e la U ghe divide la sostansa.

is. Dopo poc dé^ ol pi$ zùen Fa rvgondit tot ol so, e *nda£ In paia lonti^ e dissipai qaat al gh^ìa a viv de barachér.

14. E dopo ch^ el s^ è majàt tot ol so , al 8^ è faé In quel pais dna care- stéa gajarda , e 1 eomensè a èss al bisògn;

15. L^ è ^nda2 doca a tacàss a u be- nestànt de quel pais, ch^el man- dai fò ^n da so campagna a fk pascola j porsèh

16. E làU desideràa de impienìss la pansa di glande chM mangiàa i stess sani; ma nissù gh^ en dàa.

f 7. Tarnàt In Vk dé£: Quale bi- sacche in de me pàdcr 1 g^ a dol a brondós, e me che crape de fam.

18. Lcarò so 9 e ''ndarò de me pà- der, e ghé dirò: Tata^ ò pecàl con- Ira'I siél e conlra u;

t9. Za no so pi5 dègn de ess clamai vosi fldl;ciapém come di vos£ sgaà- ter.

to. E csé , sbalsàl In , U végnè de so pàder;ma Pera amò de Ionia, che so pàder el ddgiàl; el s^è mùìl a compassili, e, corìt incontra^ U ghe s^è botai al col, e*l l^à basai so.

ti. 01 fidi el gh^à dcò : Tata, ò pe- càl centra 1 slél e conlra u ; za no so pii dègn de èss clamai von flol.

ss. Ma'l pàder déó ai ser- vitùrrPrèst, porte che H pio bel àbet, e vestir; meliga Panel In dit, e I scar- pe in pè;

28. Méne che Q vedèi ingrassai, e copéi , e maèm , e fèm baracca ;

24. Perchè sto flol P era mori e resùssitàt ; Pera pers e s' P ò troàl ; e csé I eomensè a fa fesla.

2». 01 flSl maglùr , che Pera 'n di cap , ih del lume a ca , sentii a sana e canlà ;

26. Clamai ó di so ser^itùr, el g'ii domandai, cossa Pera sto baca.

27.E1Ù 1 gh'àrispondiUL'f égnit f radei , e pàder l'à copàl Q vede! grass, perchè 'I ricuperai sano e salvo.

28. Alura al fradèl magiùr al ghe saltò la mosca , e M velia mlga ^ndà 'n ; e 'I pàder ógnil fò, e comensàl a pregai.

99. 01 flol rispòsi a so pàder: Ecco , a me, che P è face agn che ve ser>*e, sensa mal trasgredì n vosi ùr- den , no m' i mal da£ gnà ù cavrèl de godrm col me amis ;

so. £ dopo che P è égnil sto flol che , che P à majàt lol ol so coi po- tane, i copàl u vedèi Ingrassai.

51. Ma 'I pàder et gh' a dé«: Té, U me sòèl, le sèmper con me, e lol ol me tò;

39. L'era però de giòsl de god e tripudia, perchè sto fradèl Pera mòri e reégnit; Pera pers e s' calàt.

Piia Rdcc^ ni Staiéll.

DIALETTI LOMBARDI.

51

Dialetto Crcmasco.

II. Od ÒDI al gh' aTÌa da flòl ;

tt. Al pussè zóen del a ^ pà- der : Pupa , dam la part che m'^a^vé ; e In M gh'*à spartii la so roba.

13. Dopo quaich de, al pflM tòen r à fai so 1 fagòt de tot quel eh' al gh'* a\ìa, andàt In l'ùn paés luntà lunfà , e apcndit tdl e! so In di Tèsse.

14. Quan avit consumai t5t, fgnìi uoa gran carestéa In quel paés, e IO al gh^ ìa mlga de eumpràss da mangia;

I». Alura rè^dài da on siùr de quel paés , eh' el P à mandai nel so elos a vardà I ròl.

fl t. E ^1 vorìa impieniss la pansa cole giandechemagnàa i ròl; ma nissù gh*a na dàa.

17. Alura al s''è mess a pensa i fai so , e r a dèi da per : Quanti ser^ Titùr in casa da me padre i gh' à infina eh'' 1 vói , e me che mòre da fam.

18. Léarò so, andarò da me padre « gh'a dirò : Pupa, me ò pecài anvèrs al Signor e ''nvèrs de ;

19. No so miga dègn che te me cià- mei fiól ; ma iègnem come ''n servitùr.

to. L^ è leài so 9 e r è égnìi da so